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Le definizioni fanno la sintesi ma anche tanta confusione.

Come tutti sanno, a settembre 2014 è stata presentata la legge di riforma della Buona Scuola (https://labuonascuola.gov.it/), che, tra scontenti e rivoluzioni, ha fatto molto parlare di sé. Il presente articolo vuol fare chiarezza sulle proposte che riguardano l'educazione socio-affettiva per il programma scolastico. Con esplicito riferimento alla Convenzione di Istanbul del 2011, già diventata Legge 93 nel nostro Paese, le proposte riguardano un'educazione alla parità tra i sessi e lotta agli stereotipi, insieme a una progetto trasversale di educazione alla sessualità. Della cosiddetta “tematica gender” (da genere in inglese) ci occuperemo nel prossimo articolo, focalizzandoci qui sull'educazione sessuale che già dovrebbe far parte dei programmi scolastici.

La proposta per le scuole italiane segue, infatti, le direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (http://www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.pdf), che da anni sostiene l’importanza di un’educazione sessuale formale e ben organizzata. Il documento riportato tratta il tema dello sviluppo sessuale del bambino, inteso in modo diverso da quello dell’adulto, e riporta delle Tabelle di riferimento suddivise per fasce di età (0-4 anni, 4-6 anni, 6-9 anni, 9-12 anni, 12-15 anni e dai 15 anni in su) con i temi e le situazioni che ogni bimbo/a o ragazzo/a dovrebbe essere in grado di affrontare per poter crescere in modo gratificante, positivo e sano per quanto attiene alla sessualità e corporeità. L'idea sarebbe quella di diffondere una modalità attiva di insegnamento e informazione che non riguardi solo i pericoli dell’attività sessuale, ma includa attività riguardanti il corpo e lo sviluppo, l'igiene e il benessere, le emozioni, gli affetti e l'intimità. Gli operatori, infatti, tendono a focalizzarsi sui problemi (ad esempio le gravidanze indesiderate e le infezioni sessualmente trasmesse) e sui modi di evitarli. Ciò suscita facilmente la critica che essi abbiano un approccio prevalentemente negativo, ovvero “orientato alle conseguenze”, a discapito di un messaggio positivo e costruttivo. L’attenzione principalmente rivolta a problemi e pericoli non sempre va d’accordo con le curiosità, gli interessi, i bisogni e le esperienze di vita dei giovani e quindi può succedere che non ottenga l’impatto auspicato sui loro comportamenti. Sarebbe necessario un approccio più positivo, non solo più efficace ma anche più realistico, che possa corrispondere alle esigenze delle diverse fasce di età e contesti scolastici.

Quando le domande del bambino trovano una risposta adeguata alla sua età si sviluppa pure un atteggiamento positivo verso il proprio corpo e competenze comunicative più appropriate (ad esempio, imparare a chiamare con il nome corretto le parti del corpo). Allo stesso tempo si insegna al bambino che esistono confini personali e norme sociali da rispettare (ad es. non si può toccare chiunque si desideri e si può dire di no e chiedere aiuto). Sotto questo aspetto l’educazione sessuale è anche educazione alla vita sociale e contribuisce a prevenire l’abuso sessuale.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo alle definizioni per evitare ambiguità e confusioni, almeno in partenza. La “sessualità” è definita dall’OMS come un parte naturale dello sviluppo umano, che include aspetti fisici, psicologici e relazionali. Una definizione più estensiva recita: “La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, le identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. Essa viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni”. Sebbene la sessualità possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite, perché la loro espressione è modulata da fattori sociali, etici, politici, religiosi e spirituali. Queste definizioni ci fanno capire bene come la sessualità sia un aspetto importante della vita, non limitato ad alcune fasce di età, e come essa sia connessa al genere (complesso di regole sottese ai ruoli e ai rapporti tra uomini e donne) e all’orientamento sessuale, ma non sia limitata al sesso o alla riproduzione. Come adulti dovremmo essere i primi a riconoscere, se non altro per l’esperienza e “il senno di poi”, che l’attività sessuale è solo l’apice di una serie di vissuti riguardanti il conoscersi e il piacersi e che dubbi e interrogativi sono frequenti e normali fin dalla tenera età.

Come adulti, genitori e non, dovremmo chiederci quale messaggio è giusto mandare ai bambini e agli adolescenti, soprattutto in un società come la nostra dove di velato e implicito è rimasto veramente poco. Il fatto che l’argomento sia scomodo, e che il dubbio che “parlare sempre di tutto sarà giusto?” sia lecito, non può esimerci dall’occuparci della questione. I bambini non aspettano il momento giusto, si nutrono del mondo, soprattutto quando escono dal “nido” familiare per entrare nei primi contesti scolastici e istituzionali.

Tornando alla proposta, però, i fatti vogliono che la ministra Giannini abbia vanificato l'obbligatorietà di queste ore relegandole ad “attività extracurricolari” facoltative. La sessualità resta, quindi, un taboo. Niente di nuovo sotto il sole, ma la relazione educativa non può prescindere dal “fattore umano”. Gli insegnanti, di conseguenza, non dovrebbero lasciarsi scappare il messaggio di queste manovre ed utilizzare tutto lo spazio e gli strumenti disponibili per approfondire (insieme agli esperti esterni) queste tematiche soprattutto con gli adolescenti.
Per i più piccoli sarebbe comunque giusto dare una formazione base agli insegnanti in modo da renderli più preparati e “accoglienti” verso le tante curiosità tipiche di quel particolare momento evolutivo. Accogliere il loro vissuto interiore e prestare attenzione alle dinamiche delle relazioni che si instaurano tra i bambini è il modo più empatico per favorire una costruzione adattiva dell'identità di ognuno di loro.

Le passate generazioni, solitamente, si sono adeguate a un “codice implicito” di regole, sentenze e maniere dettate dalla cultura, dalla famiglia o da codici etici, ma il nostro contesto di vita è totalmente diverso e un modello unico di risposta non soddisfa più nessuno. Per i bambini di oggi entrare in contatto col “diverso” è molto più probabile e semplice di una volta e l'atto di relazionarsi, così come il conoscersi, passa attraverso abitudini e limiti sempre in evoluzione. L’educazione familiare non è sufficiente nella società moderna perché, senza volerne ridurre l’importanza, le fonti informali possono trovarsi a mancare delle conoscenze necessarie. Inoltre, anche i più giovani sono esposti a una miriade di informazioni e immagini di vario tipo, che non sempre riescono a chiarire tramite i genitori, soprattutto nell’immediatezza delle ore di scuola o nei contesti di gioco. Tutte “le persone che nutrono la quotidianità” dei nostri figli giocano un ruolo attivo nel processo di sviluppo durante le varie fasi di vita. Integrare la sessualità con gli altri aspetti della personalità, quali lo sviluppo dell’autostima, le competenze inerenti le relazioni e la costruzione dei legami, è un importante compito di sviluppo per i giovani e passa attraverso i sentimenti di protezione e fiducia in famiglia per poi spostarsi sull’esplorazione di se stessi e degli altri. Queste esperienze non sono di natura sessuale in senso stretto, ma sono basilari per lo sviluppo del carattere e di molti aspetti della sfera relazionale della sessualità. E’ così che i bambini capiscono cosa piace loro e cosa no e quali sono le regole di comportamento nelle situazioni sociali.

Queste conquiste sono preziose e il bisogno di una maggiore attenzione alla trasformazione sociale che stiamo vivendo è impellente. La scuola non può chiamarsi fuori dato che ha l'obiettivo arduo di educare (“condurre fuori, migliorare con l'insegnamento”). Educare a questi argomenti non significa sostituirsi ai genitori, ma “condurre insieme” una palestra di vita, dove ogni argomento potrà essere discusso e ridiscusso, plasmato e affrontato nelle modalità ritenute più idonee permettendo a entrambi le parti di crescere insieme. Non è banale ricordare che non si smette mai di imparare. In quest'ottica anche gli adulti possono fermarsi un attimo e riflettere per primi su quale tipo di istruzione relazionale stanno impartendo e vivendo in famiglia.

Giulia Ulivi

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