ombrelloGenderL’ombrello delle identità di genere

(immagine da Sinapsi)

 

 

 

Identità di genere

L’identità di genere è il profondo senso soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di “maschio/femmina”. Può essere binaria o non binaria. Il genere binario, è la classificazione di sesso e genere in due forme mutualmente esclusive maschio-femmina. Il genere non binario definisce quelle identità di genere che non sono strettamente né maschili né femminili.

Chi si riconosce nel sesso assegnato alla nascita e si conforma al relativo genere è detto cisgender, chi non si riconosce nel sesso o nel genere assegnato alla nascita si definisce transgender.

Tutte le società hanno una serie di categorie di genere che possono servire come base per la formazione dell’identità di genere delle persone in relazione agli altri membri della società.

Ma vediamo più nel dettaglio alcune delle innumerevoli identità di genere esistenti nella comunità LGBTQ+.

Transgender
Il termine transgender è un termine ombrello che indica tutte le persone con un’identità di genere non corrispondente al genere e/o al sesso assegnato loro alla nascita. Si definiscono transgender, quindi, le persone che si identificano in modo transitorio o persistente con un genere diverso da quello assegnato.

Le persone transgender possono provare disforia di genere (malessere dato dalla discrepanza tra le caratteristiche sessuali e l'identità di genere) e decidere di operare una transizione verso il sesso cui sentono di appartenere attraverso trattamenti medici come la terapia ormonale o la riassegnazione del sesso.

Le persone trans subiscono discriminazioni di varia natura, dalle discriminazioni sul posto di lavoro, al misgendering, ovvero l’utilizzo volontario del genere sbagliato per riferirsi alla persona (es: riferirsi a una donna trans al maschile), all’utilizzo del deadname (il nome che la persona aveva prima di intraprendere la transizione o che non decide più di usare in favore di un altro che si allinea maggiormente con la sua identità di genere).
Inoltre, anche utilizzare la parola “trans” come sostantivo e non come aggettivo è discriminatorio, in quanto l’essere transgender è una semplice caratteristica della persona e non ne descrive l’esistenza. Il modo corretto per rivolgersi a queste persone è infatti “uomo/donna transgender”.

Non-Binary
Il termine non-binary è un termine ombrello che racchiude tutte quelle identità che non riconoscono la costruzione binaria del genere e che operano un esercizio critico del genere, non ritendendolo qualcosa di dato una volta per tutte.

Le persone non binarie possono soffrire di disforia di genere, anche se spesso provano più disforia sociale, ovvero avversione per il proprio nome assegnato alla nascita, per linguaggio e pronomi che identificano la persona secondo il suo sesso e non secondo la sua identità di genere, o per i ruoli di genere imposti. Inoltre, spesso ma non sempre, le persone non binarie non rifiutano aspetti attribuiti al genere maschile o femminile, utilizzando o rifiutando aspetti dei costrutti di genere che sentono più vicini al loro modo di essere.

L’identità non binaria può essere vissuta e declinata in molti modi diversi. Questo ha portato a una gamma di definizioni molto vasta che può dare un’idea del rapporto che queste identità hanno con i due generi “canonici”. Vediamone alcune nello specifico.

Multigender
Il termine multigender è utilizzato per chiunque abbia più di una identità di genere. Le persone multigender possono avere due o più identità di genere nello stesso momento, oppure possono cambiare identità di genere nel tempo. Le identità che sperimentano possono essere femminili, maschili, non binarie o senza genere.

Il termine può essere usato come identità di genere a sé stante o come termine ombrello.
Le identità multigender includono anche le persone pangender (tutti i generi), che sperimentano una molteplicità di identità di genere, simultaneamente o in maniera fluida nel tempo. Le persone pangender riconoscono l’esistenza di così tanti generi da essere impossibile elencarli tutti. Essere pangender significa quindi “avere tutte le identità di genere che è possibile avere”, ovvero identificarsi in tutti i generi noti e in quelli ancora sconosciuti.

Genderfluid
Le persone genderfluid hanno un’identità di genere che oscilla lungo lo spettro di genere variando nel tempo. Possono in qualsiasi momento identificarsi come maschio, femmina, agender o qualsiasi altra identità non binaria.

Agender
Il termine agender, letteralmente “senza genere” può essere visto come una dichiarazione di non avere un’identità di genere o come un’identità non binaria. Le persone che si identificano come agender possono descriversi come:
- senza genere;
- di genere neutro, nel senso di non essere né uomo né donna pur avendo ancora un genere;
- persone che non si allineano con nessun genere;
- persone che decidono di non etichettare il proprio genere;

Genderqueer
Il termine genderqueer è un termine generico usato per descrivere qualsiasi identità di genere diversa dall’identità di genere maschile e femminile. È un termine ombrello che include chiunque non sia cisgender o eterosessuale. Si identifica genderqueer chiunque ritenga di avere un’identità di genere non conforme con il sesso attribuito alla nascita, né con la dicotomia binaria maschio/femmina.

Le persone genderqueer possono quindi appartenere a un terzo genere, a entrambi o a nessuno, e possono scegliere un percorso medicalizzato per avvicinarsi di più alla rappresentazione fisica che sentono propria.
Genderqueer può essere utilizzato anche per riferirsi a qualsiasi persona che trasgredisce le distinzioni tradizionali di genere, indipendentemente dalla loro identità di genere auto-definita.

 

Come abbiamo visto, la concezione di genere si è molto ampliata nel corso del tempo, andando a includere identità che non rientrano nel dualismo uomo-donna. Per comprendere la natura di costruzione sociale del genere è interessante guardare ad altre culture non occidentali, che presentano una struttura sociale che riconosce più di due generi. Ad esempio, nella cultura dei nativi americani, è riconosciuto un terzo genere, “Two-Spirit”, proprio di persone che hanno una doppia spiritualità, maschile e femminile.

Il genere è categorizzato secondo stereotipi sociali, spesso limitanti e opprimenti anche per le persone cisgender. Applicare una visione fluida e non binaria del genere non è solo un modo di autodeterminarsi, ma è costituisce anche una forma di dissenso verso un sistema che può impedire la libera espressione di sé.

Ciò che la comunità LGBTQ+ sta cercando di portare alla luce, oltre alla necessità di acquisire maggiore visibilità, è la volontà di liberarsi da stereotipi limitanti, di vivere la propria vita nel rispetto della propria e altrui individualità, senza giudizi e pregiudizi.

Rispettare ciò che si è. Essere ciò che si è. Senza costrizioni, ascoltando la parte più intima di ognuno di noi e vivendo appieno la vita, liberi da gabbie che ci impediscono di volare alto, verso l’arcobaleno.

Di Erica Manta

EzraMillernella foto Ezra Miller, attore queer, Met Gala 2019 (fonte Pinterest)

 L’alfabeto arcobaleno del Pride

Nel corso degli anni, sono stati coniati nuovi termini e si è ridefinito il significato di altri per dare voce a tutte le identità presenti nella comunità LGBTQ+.

Questi termini hanno consentito alle persone della comunità di definirsi e di affermare la propria esistenza, in un processo di identificazione che passa anche attraverso il linguaggio.
Si tratta di parole nuove, a volte poco conosciute, il cui significato può essere confuso o ignorato.

A tal proposito, abbiamo costruito un alfabeto arcobaleno per chiarire il significato e la storia di alcuni termini e parlare in modo consapevole del mondo LGBTQ+
Oggi ci soffermeremo sul significato di Queer.

Queer è un termine inglese che si potrebbe tradurre con “bizzarro”, “strano”, “eccentrico”, ma anche “storto, obliquo”. Veniva usato per designare le persone omosessuali in un’accezione negativa e dispregiativa, equivalente dell’italiano “che*ca” o “fr*cio”.

Dopo i primi moti di liberazione degli omosessuali, quando all’interno del movimento iniziano a essere incluse anche le istanze delle donne lesbiche, delle persone bisessuali e transgender, iniziano a sollevarsi all’interno della comunità alcune critiche che vedono i termini “gay”, “lesbica” e “bisessuale” come frutti di una prospettiva eteronormativa e binaria, che rischia di racchiudere la persona in uno stereotipo limitante.

È in questo contesto che la comunità si riappropria del termine Queer, svuotandolo della sua valenza negativa e rendendolo un termine attraverso il quale autodeterminarsi come una persona che non si riconosce nel binarismo di genere e non vuole essere incasellata in una definizione strettamente legata alle proprie preferenze sessuali.

In altre parole, queer è un termine ombrello che indica tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale e viene utilizzato da tutti coloro che non vogliono identificarsi in un’etichetta, non affermandosi né come etero/cisgender, né come transgender, omosessuali, lesbiche o di altri orientamenti e identità di genere.

Queer identifica anche un campo di studi sulle questioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, e sulle intersezioni che queste hanno con altre posizioni identitarie come la classe sociale o la disabilità.
Questi studi fanno riferimento a una “Teoria Queer”, nata ad opera della studiosa italiana Teresa De Lauretis, che si focalizza sulla messa in discussione dell’omonormatività, che definisce l’aspetto normativo ed escludente della cultura omosessuale creando un modello di riferimento a sua volta escludente di quelle soggettività che per diverse ragioni non si attengono a tale modello.

La “Queer theory” è dunque un campo di studi sulle sessualità lesbiche, gay, ma anche di impegno teorico-pratico in cui le esperienze delle persone non eterocis possano incontrarsi e intersecarsi tra loro per divenire terreno di discussione e rivendicazione comune.

La Teoria Queer cerca quindi di comprendere tutte le identità sessuali e di genere, sforzandosi di avere uno sguardo più ampio di quello etero-normativo che finisce per definire, per opposizione, anche chi non si riconosce nel binarismo di genere.

In sintesi, chi si definisce queer intende determinare una rottura con la norma eterosessuale e con la visione stereotipata delle identità non cis-etero, sottolineando la fluidità dell’identità sessuale e la complessità dei diversi aspetti che la compongono.

La bellezza di questo termine sta nella sua liquidità. La dimensione individuale è esaltata al massimo, e sono il corpo, il genere e il desiderio di ogni individuo a definire i margini della queerness: un’azione rivoluzionaria che rompe gli schemi normativi per una persona può essere estremamente ordinaria per un’altra, ma questo non inficia l’essere queer di nessuno.

Questo assunto deriva dal fatto che il concetto di norma sia molto variabile, e che dunque qualsiasi atto di rivoluzione e sovvertimento delle regole di genere sia valido. D’altronde, la teoria queer identifica il genere come un costrutto sociale, e dunque non come un “essere”, ma come un “fare” le “donne”, gli “uomini”, o le persone “queer”.
Si tratta allora di categorie sovraordinate di cui è possibile esprimere alcuni tratti e contaminarne altri, lanciando ogni giorno una sfida alla norma binaria ed etero-normata.

Pensare al genere come qualcosa di binario significa identificare il genere con le sole caratteristiche biologiche dell’individuo e definire lo spazio e il ruolo delle persone in base al dualismo “maschio” e “femmina” e a tutti i corollari e costrutti culturali che questi due generi portano con sè.

Al contrario, pensare al genere come qualcosa di non binario, significa rifiutare l’idea che esistano solo due generi, non ritenere il genere qualcosa di dato una volta per tutte, ma riconoscergli una certa fluidità che consente alle persone di scegliere come definirsi.

Definirsi queer vuol dire collocarsi al di fuori del mondo binario, aprendosi a nuove possibilità ed esprimendo la propria identità in modo libero e secondo il proprio sentire, mescolando elementi tipici delle identità definite ed esprimendo sé stessi aldilà degli stereotipi. Significa dissentire.

Di Erica Manta

WorldPride

Logo del World Pride 2000 (immagine da roma.repubblica.it)

Ogni anno a giugno le strade, le piazze e i palazzi si riempiono di bandiere arcobaleno. Giugno è infatti il mese del Pride, conosciuto a livello internazionale come Pride Month, durante il quale si celebra l’orgoglio della comunità LGBTQ+ (acronimo di “lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer”, termine utilizzato per riferirsi a tutte le persone che preferiscono non identificarsi in una specifica “etichetta” relativamente all’orientamento sessuale e/o all’identità di genere. Il segno “+” rappresenta infine tutte le altre identità che non trovano posto nell’acronimo).

Questa è la prima parte di una rubrica che vi accompagnerà per tutto il mese di giugno, per approfondire o chiarire terminologie, temi e istanze della comunità LGBTQ+.
Ma quindi, perché proprio giugno è il mese del Pride?

Il mese del pride è frutto della celebrazione dell’anniversario dei fatti di Stonewall del 1969, evento cardine del movimento di liberazione degli omosessuali: proviamo a raccontare la storia di questi fatti, d’altra parte le storie hanno un grande potere, ad esempio esse possono insegnare, e talvolta anche curare.

Negli anni Sessanta, essere omosessuale era illegale in 49 stati americani, motivo per cui iniziarono a nascere le prime associazioni di protesta e i primi gay bar, dove le persone della comunità LGBT potevano trovare rifugio ed essere sé stesse senza sentirsi costantemente in pericolo. I gay bar erano gli unici posti in cui le persone della comunità potevano esprimersi liberamente e per questo erano spesso presi di mira dall’intolleranza conservatrice, la polizia stessa periodicamente faceva irruzione nei locali per incutere timore tra gli avventori e minacciarne la tranquillità e la sicurezza.

Il 28 giugno 1969, ci fu un’irruzione nello Stonewall Inn, uno dei locali gay più famosi e frequentati di New York, e la polizia arrestò 13 persone con l’accusa di indecenza e di vendita illegale di alcolici. Ma quella notte, gli atteggiamenti violenti delle forze dell’odine, la distruzione di ambienti considerati protetti dalla comunità, il profondo senso di ingiustizia infiammarono gli animi degli avventori che, stanchi di essere sottoposti a tali forme di sopruso, si ribellarono, dando inizio a cinque giornate di protesta al grido di “Gay Power”, che sono passate alla storia come i Moti di Stonewall.
Le conseguenze di questi eventi sono state enormi: in America e nel mondo nacquero diversi movimenti in difesa dei diritti degli omosessuali, l’attivismo diventò una forma di protesta agguerrita, le persone della comunità iniziarono a far sentire la propria voce, a organizzarsi in collettivi e a lottare per le proprie rivendicazioni.

Un anno dopo, il 28 giugno 1970, a New York si tenne il primo Gay Pride della storia: una marcia a Central Park per commemorare i fatti dell’anno precedente. Nello stesso anno, anche in altre città americane si tennero manifestazioni in ricordo dei Moti di Stonewall, trasformando la commemorazione in un evento fisso che ricorre ogni anno.
Nei primi anni 70, anche in Italia iniziarono a prendere vita le prime associazioni e comitati per i diritti e ad essere organizzate le prime proteste, come quella di Sanremo del 1972, organizzata per interrompere un convegno sulla sessualità a Sanremo, il quale proponeva temi quali le terapie di conversione per omosessuali, ma bisogna aspettare il 1994 per il primo Pride ufficiale, organizzato a Roma dal circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che è tutt’ora il circolo organizzatore del Roma Pride. La manifestazione fu una rivoluzione per l’Italia: più di diecimila persone manifestarono contro l’odio e la violenza per rivendicare i propri diritti e la propria esistenza. Il successo di quell’evento fu replicato a Bologna e Verona l’anno dopo, estendendosi, anno dopo anno, a molte città italiane, fino ad arrivare all’organizzazione del World Pride di Roma del 2000, un evento senza precedenti a cui parteciparono quasi cinquecentomila persone arrivate da ogni parte del mondo.

Dal 2014, le associazioni LGBTQ+ hanno deciso di riunire sotto un unico movimento le varie iniziative italiane sotto l’Onda Pride, un’onda arcobaleno che ogni anno travolge la Penisola con forza e voglia di lottare.
Conoscere la storia dei Moti di Stonewall e di tutto ciò che essi hanno comportato, consente di capire qual è il ruolo dei Pride oggi. Non si tratta solo di prendere parte a una festa, ma anche di un modo per ricordare chi ha perso la vita, chi è stato umiliato ed emarginato, chi ancora oggi ha paura di uscire di casa, chi subisce discriminazioni a lavoro, per strada o a scuola. Partecipare oggi al Pride vuol dire affermare la propria esistenza, rendersi visibile e rivendicare il diritto a essere chi si è. I Pride sono commemorazione, celebrazione, ricordo, desiderio di libertà e lotta. E conoscerne le radici è il miglior modo per iniziare a lottare, per comprenderne il senso e la necessità.

Dal 1994, molto è stato fatto, e alcuni traguardi sono stati raggiunti, seppur con fatica. Tuttavia, molto è ancora da fare, ed è per quello che ancora non si è raggiunto che si continua a manifestare. Per una visibilità che la comunità ha deciso di prendersi, per il diritto all’autodeterminazione, per lasciare alle persone di domani, un mondo in cui la diversità non rappresenti un deficit bensì una risorsa, una possibilità di arricchimento. Si marcia per conquistare un luogo di riconoscimento in cui non sia pensabile essere picchiati o umiliati, o addirittura uccisi, per essere semplicemente quel che si è. Si marcia anche per affermare il proprio diritto all’esistenza, un diritto che passa anche attraverso le parole che ti definiscono, che dicono chi sei, che ti plasmano nel mondo.

Parole che spesso non si conoscono, che sembrano estranee, ma il cui unico scopo è dire: “Io esisto. Io sono questə.” Parole che spesso possono essere disorientanti. Parole che abbiamo raccolto qui, nella speranza di aggiungere un tassello alla comprensione delle diverse sfumature delle esistenze umane. Dei diversi colori che compongono l’arcobaleno.

Di Erica Manta

 

gemelliCome abbiamo sottolineato in un precedente articolo, l'oggettivazione sessuale veicolata dalle pubblicità e dai social è un problema attuale, sebbene affondi le sue radici indietro nel tempo. Nonostante il fenomeno riguardi principalmente il genere femminile, gli uomini non sono liberi da stereotipi e pregiudizi che ruotano attorno al proprio ruolo sociale, caratterizzato da virtù imprescindibili, quali: virilità, forza, scarsa emotività, senso pratico. Inoltre, l'uomo stesso è spesso ritratto nell'atto di essere fisicamente desiderabile, muscoloso, attraente e dotato di sicurezza di sé e carisma, l'uomo che "non deve chiedere mai" (cit. di una famosa pubblicità).

Tutto ciò è svilente nei confronti del maschile e fornisce un'immagine distorta di ciò che un uomo o un ragazzo realmente è e dovrebbe sentirsi libero di essere: esprimere i propri sentimenti e il proprio mondo interno non rappresenta una debolezza, così come l'idea che il vero uomo debba avere spalle larghe e petto ampio è fuorviante e non rappresentativa della varietà e molteplicità di corpi e fisionomie che sono tutti ugualmente apprezzabili e desiderabili. Inoltre, questa visione distorta e irrealistica non fa altro che perpetrare l'idea che il maschile sia necessariamente dominante e dominatore nei confronti del femminile, che continua quindi a essere sottomesso, servile e devoto al maschio alfa.

E' fondamentale promuovere l'idea che nessun ragazzo debba vergognarsi del proprio corpo né della propria interiorità, ma al contrario sviluppare una conoscenza più autentica del proprio mondo interno ed emotivo, affinché ciò gli permetta di relazionarsi in modo più rispettoso e sensibile verso il femminile: sia quello interiore, il proprio femminile; sia quello delle donne che lo circondano nel mondo esterno.

Di Samatha Staiola


Immagine da "Teen Wolf" rielaborata da Fabiana Patria

TikTok3TikTok è un social network cinese, sviluppato da Alex Zhu e Luyu Yang, fondato nel 2015 e lanciato a settembre 2016. Inizialmente chiamato Musical.ly, era stato pensato come social network educativo, in cui gli utenti potessero apprendere diverse forme artistiche o creare loro stessi dei tutorial attraverso brevi video. I creatori, non avendo ottenuto il successo sperato, decisero poi di rivolgersi ad un target più giovanile, creando una piattaforma che unisse musica e video.


Il nome TikTok fa riferimento al suono del ticchettio di un orologio, rimandando alla natura molto breve dei video. TikTok è un social semplice ed intuitivo, in cui è possibile creare un profilo privato o pubblico e condividere video della durata di 60 secondi al massimo, in cui ballare oppure cantare e recitare in playback. Inoltre, è possibile utilizzare degli effetti grafici - che possono alterare anche significativamente il viso e l’immagine corporea.
La diffusione di TikTok è agevolata dal fatto che incoraggia l’effetto ripetizione (che potrebbe indurre dipendenza): si può, infatti, affiancare il proprio video a quello di un altro utente in una challenge o un duetto. TikTok è presente in oltre 150 Paesi ed è stato tradotto in 75 lingue. Negli Stati Uniti, il 60% dei 26,5 milioni di utenti attivi mensilmente ha un'età compresa tra i 16 e i 24 anni.


Ad oggi, TikTok è forse il social più diffuso tra i giovani, molti dei quali anche giovanissimi. Recenti fatti di cronaca ci spingono ad aprire una riflessione sul social: una bambina di soli 10 anni, a Palermo, è morta per asfissia per aver partecipato alla “blackout challenge”, una sfida in cui si chiedeva di stringersi una cintura intorno al collo per più tempo possibile. Esistono molte altre challenge pericolose: dall’”eyeballing”, in cui bisogna gettarsi della vodka negli occhi, al “batmanning” - appendersi a testa in giù sui cartelli stradali - fino alla “bird box challenge”, in cui si chiede di guidare l’auto ad occhi chiusi; c’è poi anche la sfida “punto-vita” in cui si misurano i giri di cuffie necessari ad avvolgerlo, sfida che è stata considerata istigazione all’anoressia. Sfide apparentemente senza senso, vengono tuttavia seguite in massa da molti giovani e giovanissimi al fine di rinforzare il proprio ruolo all’interno del gruppo dei pari e di incrementare la propria autostima, per di più in un periodo in cui la pandemia globale ha lasciato bambini e adolescenti senza strumenti adeguati a gestire il proprio mondo emotivo e sociale.


Ma siamo sicuri che il problema sia Tik Tok?


Come per la tecnologia e per i videogiochi, anche in questo caso sarebbe un errore demonizzare il mezzo, il social in sé. Uno dei problemi è che molto spesso i genitori non hanno conoscenze tecnologiche adeguate ad affrontare il mondo social su cui i figli postano contenuti e intrattengono relazioni con altri utenti per diverse ore al giorno.
È fondamentale che ci sia un certo monitoraggio sui contenuti (che vengono visualizzati dal ragazzo) ma anche un contenimento nell’utilizzo del social, in termini di durata, il tutto in funzione dell’età. Ed è molto importante, infine, che l’adulto entri davvero in contatto con l’universo social cosicché, conoscendone i pericoli, sia in grado di assumere il ruolo di guida per il figlio.
Si pensi che, in Italia, un bambino con età inferiore ai 14 anni non potrebbe neanche iscriversi a TikTok, ma bastano pochi minuti di utilizzo per rendersi conto che molti degli iscritti non raggiungono neanche i 12 anni. Cosa ancora più grave, in alcuni casi sono i genitori stessi a spingere i propri figli a pubblicare quotidianamente contenuti, allo scopo di diventare visibili e famosi. Inoltre, è sempre più evidente che molti giovani e preadolescenti stanno iniziando a manifestare sintomi di dipendenza da TikTok: dipendenza dal “like”, dall’esposizione pubblica e dal riconoscimento che essa può fornire.


E allora come possiamo aiutare i nostri ragazzi?


Uno dei punti di partenza principali affinché i nostri figli facciano un uso responsabile e consapevole dei social network, è quello di informarsi: un genitore deve sapere quali contenuti vengono condivisi e con quale pubblico, potendo gestire insieme al figlio le richieste di following da parte di altri utenti e impostando un profilo privato. Inoltre, è fondamentale adottare un approccio di curiosità e interesse genuini nei confronti dei ragazzi, piuttosto che di controllo rigido: non è necessario vietare l’utilizzo del telefono o controllare le chat private: i ragazzi si sentiranno deprivati e limitati e cercheranno altre soluzioni per aggirare le limitazioni imposte. Piuttosto, è indispensabile che vostro figlio senta di poter condividere con voi quali sono i propri interessi, passioni e curiosità. TikTok infatti, è un social che permette una certa libertà di espressione e che consente a moltissimi giovani di esprimere la propria creatività e personalità. Si pensi ai molteplici contenuti divulgativi e ai messaggi positivi sull’accettazione di sé, anche corporea, che ogni giorno raggiungono migliaia di ragazzi, molti dei quali hanno bisogno di sentire che il mondo dei pari li supporta e li incoraggia ad accettarsi e a trovare in se stessi delle qualità. È fondamentale quindi rendere l’adolescente parte attiva della gestione del proprio social, renderlo competente e non uno spettatore passivo delle decisioni - spesso non condivise - prese dai genitori per lui. Un adolescente consapevole dei rischi e dei pericoli del web è in grado di farne un uso responsabile e più attento alla propria privacy e individualità. Se quindi da un lato è importante non avere un atteggiamento ansioso, rigido e restrittivo, dall’altro è necessario che i ragazzi non vengano lasciati soli nel mondo social come se non avessero bisogno del sostegno e della guida degli adulti.

 

Di Samantha Staiola

 

Sitografia:
https://it.wikipedia.org/wiki/TikTok
https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/software_app/2019/11/19/tik-tok-pensa-a-servizio-di-streaming_a4d75249-e819-4839-8b3d-2a99d3f7285e.html
https://www.socialeducation.it/%EF%BB%BFtik-tok-divertimento-o-pericolo-social-education/
https://www.istitutopsicoterapie.com/tik-tok-una-piattaforma-di-divertimento-ed-uno-specchio-della-societa/
https://www.repubblica.it/cronaca/2021/01/21/news/dalla_black_out_challange_all_eye_balling_le_sfide_della_morte_viaggiano_sui_social-283660861/

doll 2186957 640Siamo nel 2021 e nonostante i numerosi progressi compiuti dalla nostra società in merito ai diritti delle donne è ancora possibile rilevare fenomeni di oggettivazione sessuale e sessualizzazione femminili nella nostra cultura.

Di che cosa si tratta?
Se l'oggettivazione implica il considerare l'altro come un mero strumento in senso generale, l'oggettivazione sessuale è l'idea che il valore di una persona sia determinato dalla capacità di attrarre sessualmente l'altro, escludendo qualsiasi altro tipo di qualità personale. Questo fenomeno, veicolato principalmente dai mass media da lungo tempo, ha come conseguenza probabile l'autoggettivazione, ossia l'interiorizzazione da parte della persona di un'immagine di sé come oggetto del piacere altrui, sulla base della quale dipende il proprio valore personale.
È intuitivo che il fenomeno coinvolge principalmente l'universo femminile, e al giorno d'oggi i media e i social network tendono a spingere le ragazze ad inseguire un'immagine corporea da copertina - perfetta, stereotipata e irrealistica - al fine di essere parte del mondo dei pari e di evitarne il giudizio. Inoltre, la problematica coinvolge soprattutto bambine e ragazze, in quanto sempre più precocemente esposte a stimoli di natura sessualizzata.

Molte sono le conseguenze di una visione di sé autoggettivata, tra le quali il rischio di sviluppare condotte alimentari inappropriate, sentimenti di vergogna per il proprio corpo e umore depresso (Tiggemann, 2011). La prospettiva autoggettivante espone le donne ad una forte insoddisfazione per il proprio corpo o parti di esso che non siano corrispondenti agli ideali irrealistici promossi quotidianamente dal web e dai media. In aggiunta, e a conferma di ciò, diverse ricerche hanno dimostrato il ruolo cruciale della vergogna per il proprio corpo nella relazione tra autoggettivazione e disturbi alimentari. Botta (2003) aveva dimostrato che l'esposizione a riviste di moda spingesse le donne a desiderare corpi più sottili e a mettere in atto comportamenti alimentari patologici.

Ci si addentra quindi nella problematica della "sessualizzazione precoce", definita dall'American Psychiatric Association (APA, 2010) come una condizione problematica che include l'imposizione di una sessualità adulta a una bambina, la quale viene sessualmente oggettivata, e il cui valore è legato esclusivamente al suo aspetto o comportamento sessuale. Inoltre, la bambina è indotta a corrispondere ad uno standard di riferimento che associa l'attrazione fisica alla desiderabilità sessuale. Secondo gli studiosi, il fenomeno è in costante aumento negli USA, con importanti conseguenze negative sullo sviluppo cognitivo e sociale delle bambine, le quali hanno comportamenti sempre più adultizzati e precoci ai quali però non corrisponde un altrettanto anticipato sviluppo neurobiologico (Ge e Natsuaki, 2009). Ne consegue che i rapidi cambiamenti della pubertà e l’esposizione ai fenomeni sopra descritti, non si incontrano con una struttura cerebrale sufficientemente matura da permettere a bambine e adolescenti di gestire la complessità di tali cambiamenti. Inoltre, i genitori e le famiglie stesse - spesso inconsapevolmente - incoraggiano atteggiamenti del genere nei figli, basati su stereotipi di genere fortemente radicati nella nostra cultura.

È stato dimostrato che la sessualizzazione si associa ad un maggior accordo, da parte di entrambi i generi, con atteggiamenti sessisti verso le donne (Ward & Friedman, 2006; Ward, Hansbrough, & Walker, 2005) e negli adolescenti, la visione di programmi sessualizzati alimenta una visione delle donne come oggetti sessuali e l’idea del sesso come attività ludica (Ward & Friedman, 2006).
Quando la sessualizzazione è interiorizzata, l’identità della donna si fonda in larga misura sulla necessità di essere costantemente attraente per gli uomini. Come per l’autoggettivazione, la sessualizzazione interiorizzata implica maggiori livelli di automonitoraggio e vergogna per il proprio corpo (McKenney & Bigler, 2016). In questo scenario, il rischio è che le donne stesse finiscano per promuovere una visione della donna di tipo sessista, sostenendo una rappresentazione tradizionale dei ruoli di genere, che diventa quindi sempre più difficile da superare. A questo proposito, si è visto che la sessualizzazione interiorizzata aumenta il rischio di tolleranza verso le molestie sessuali e di biasimo verso la vittima.

Come contrastare questi fenomeni?
È necessario predisporre interventi che contrastino la sessualizzazione precoce e l’autoggettivazione tra i giovani e i preadolescenti, che rappresentano le popolazioni maggiormente esposte. In primo luogo, è fondamentale attuare interventi di promozione del benessere e della salute sessuale, non solo di natura informativa ma anche orientati alla consapevolezza corporea e al contrasto della violenza di genere. Inoltre, è indispensabile che a ciò si affianchino interventi atti a promuovere un atteggiamento critico degli adolescenti verso la pubblicità, i social media e il mondo degli “influencer”, cosicché i giovani abbiano maggiore consapevolezza delle dinamiche in cui rischiano di essere assorbiti senza rendersene conto. Il coinvolgimento di insegnanti e genitori in questi interventi, inoltre, è fondamentale affinché tutti i destinatari possano divenire, nel tempo, i veri agenti di un cambiamento sociale verso una sempre più reale parità di genere, promuovendo l’accettazione del proprio sé corporeo e la valorizzazione di diverse e varie forme di bellezza e di qualità individuali.

 

di Samantha Staiola


immagine di Twighlightzone (https://pixabay.com/)

 

Bibliografia

American Psychological Association, Task Force on The Sexualization of Girls. (2010). Report of the APA Task Force on the sexualization of girls. Retrieved from http://www.apa.org/pi/women/programs/girls/report-full.pdf.

Botta, R. A. (2003). For your health? The relationship between magazine reading and adolescents’ body image and eating disturbances. Sex Roles, 48, 389-399.

Ge X, Natsuaki MN (2009), “In search of explanations for early pubertal timing effects on develop-mental psychopathology”, Curr Dir PsycholSci, 327

McKenney, S. J., & Bigler, R. S. (2016). Internalized sexualization and its relation to sexualized appearance, body surveillance, and body shame among early adolescent girls. Journal of Early Adolescence, 36, 171-197.

Tiggemann M (2011), “Mental health risks of self-objectification: A review of the empirical evidence for disordered eating, depressed mood, and sexual dysfunction”, in RM Calogero, S Tantleff-Dunn & JK Thompson (Eds.), Self-objectification in women: Causes, consequences, and counteractions, pp. 139-159, Washington, DC: American Psychological Association

Ward, L. M., & Friedman, K. (2006). Using TV as a guide: Associations between television viewing and adolescents' sexual attitudes and behavior. Journal of research on adolescence, 16, 133-15

Ward, L. M., Hansbrough, E., & Walker, E. (2005). Contributions of music video exposure to black adolescents’ gender and sexual schemas. Journal of adolescent research, 20, 143-166.

deathNoteChe cosa accadrebbe se un giovane studente giapponese, con uno spiccato e inflessibile senso della giustizia, trovasse un quaderno che gli consente di porre fine alla vita di una persona, semplicemente scrivendone il nome su di esso? Il manga Death Note (デスノート Desu Nōto, “Quaderno della morte”), ideato da Tsugumi Ōba - un autore misterioso - esplora proprio questo scenario. Ryuk è uno shinigami (死神, nella cultura giapponese, un Dio della morte) dall’aspetto simile a un joker gotico, il quale annoiato di giustiziare gli umani - che trova poco interessanti - decide di lasciare cadere sulla terra un quaderno della morte. Per un caso fortuito, sarà Light Yagami a trovarlo, uno studente modello diciassettenne, stanco di assistere ad ogni sorta di ingiustizia e alla criminalità dilagante che lo circonda. Da quel momento, Ryuk diventa l’ombra di Light, ma avrà sempre un atteggiamento di distacco e indifferenza, limitandosi ad osservare - divertito ed entusiasta dei nuovi stimoli sopraggiunti - come si comportano gli umani se messi in condizione di disporre della vita o della morte altrui.

Light: Perché hai scelto proprio me? [...]
Ryuk: Non ti ho scelto io, io ho solo fatto cadere il quaderno dal mio mondo. Pensavi che ti avessi selezionato perché sei più furbo degli altri? Non darti arie, il caso ha voluto che cadesse sulla terra e che tu lo raccogliessi, tutto qua.

E infatti è lo stesso shinigami ad informare Light che, quando sarà il momento, sarà lui stesso a scrivere il nome del ragazzo sul proprio quaderno. Gli shinigami “esistono al solo scopo di sottrarre vita agli umani, accorciandola”: scrivono il nome dell’umano sul quaderno e automaticamente acquisiscono gli anni che gli sarebbero rimasti da vivere. Fin dall’inizio Ryuk è molto chiaro sugli esiti per la psiche umana di un tale potere:

Ryuk: [...] proverai una sofferenza e un terrore che solo chi ha usato il quaderno può comprendere. Inoltre, al momento della tua morte scriverò il tuo nome sul mio quaderno ma non farti illusioni, perché per gli umani che hanno utilizzato il quaderno della morte non esiste né il Paradiso né l'Inferno. Tutto qui.

Con un potere soprannaturale nelle proprie mani, in pochissimo tempo Light uccide decine e decine di malvagi, con l’obiettivo utopistico di creare un mondo perfetto e giusto, libero dal crimine e dalla violenza: sarà lui, come Dio della Giustizia, ad essere il creatore e sovrano di questo nuovo Mondo. Tuttavia, il suo progetto delirante e onnipotente lo porterà, inevitabilmente, in una spirale di morte, distruzione, manipolazione e follia. Le sue stesse parole, pronunciate nelle prime puntate, preannunciano il proprio destino:

“Ma sarò in grado di sopportarlo? O è meglio che mi fermi qui? No... non posso fermarmi... anche se dovessi andare fuori di testa o rimetterci la vita qualcuno deve pur farlo... Non si può andare avanti così! Anche se cedessi il quaderno a qualcun altro, su chi potrei contare? Non esiste nessuno tanto in gamba...Però io potrei farcela... anzi, solo io posso farcela! Ho deciso! Userò il Death Note... per cambiare il mondo! (Light)”

Detentore di uno strumento sovrumano, Light è l’unico che può compiere giustizia, ma «se lo facessi, ciò ti renderebbe l’unico cattivo rimasto» (Ryuk). Il protagonista quindi è paradossalmente, Giustizia e Male allo stesso tempo: un male necessario da compiere, per un bene superiore? Ma come può un uomo ergersi ad arbitro divino?
Nel corso del tempo, il protagonista alza sempre di più l’asticella del proprio codice morale: se all’inizio decide di eliminare soltanto criminali e assassini, arriverà a uccidere anche le persone considerate “inutili”, non apportando alcun beneficio all’umanità. Naturalmente, con metodi freddi e spietati, eliminerà anche chiunque lo ostacoli nella costruzione del suo mondo perfetto. La follia verso la quale Light è stato spinto è evidente nel modo in cui calcolare accuratamente le proprie mosse, sfuggendo alla polizia con metodi sempre più efficaci e premeditati in modo incredibilmente minuzioso. Ciò che stupisce è infatti il modo in cui è in grado di anticipare le mosse delle persone intorno a lui con estrema accuratezza.

Quando la polizia inizia ad indagare su Kira (キラ, “assassino”), il suo pseudonimo, Light riesce a mantenere il controllo sulle indagini, in quanto l’ufficiale a capo delle indagini è Soichiro Yagami, nientemeno che suo padre. La task force giapponese e l’Interpol collaboreranno con il migliore detective del mondo, Elle (L Lawliet, nella versione originale), la cui identità è sconosciuta. Elle è un vero e proprio genio, presentato con evidenti tratti Asperger (comportamenti ripetitivi e stereotipati, scarse-nulle relazioni sociali, interessi ristretti), nonché ossessivi. Elle ha delle occhiaie, mangia continuamente dolci, assume posture innaturali e insolite, completa continuamente puzzle e costruzioni. Appare come l’esatto opposto di Light: se il protagonista si sforza di corrispondere pubblicamente a un ruolo sociale e, nel privato, è il “superuomo”; Elle viene mostrato in tutta la sua umanità, con le sue stranezze e peculiarità, che diventano impossibili da non apprezzare. Cosa li accomuna? Entrambi credono di incarnare la Giustizia.

La sfida tra Light ed Elle è tutta “cerebrale”, interiore: nonostante il manga si configuri nel genere poliziesco/thriller, c’è poca azione e la trama si sviluppa nell’interiorità dei personaggi, in un complesso gioco di valutazione ognuno delle prossime mosse dell’altro, con dialoghi interiori tra i due, quasi “telepatici”. Ed è proprio questa affinità e contemporanea rivalità, il loro essere opposti ma complementari, che rende il rapporto tra Light ed Elle estremamente ambivalente: Elle dà la caccia a Light (estremamente presto Elle capisce che Light potrebbe essere Kira, ma non ha modo di dimostrarlo), eppure affermerà che Light è l’unico vero amico che abbia mai avuto. Entrambi hanno scelto di sacrificare parte della propria esistenza, accomunati quindi da un altro importante elemento: la solitudine. Light rinuncia a se stesso e all’amore per la famiglia per permettere a Kira di esistere; Elle, dall’altro lato, non ha una propria realtà né individualità, tanto che non si concede neanche di poter essere chiamato con il suo vero nome dagli altri. Nella sua esistenza, le indagini e la scoperta della verità su Kira sono l’unico motivo della sua esistenza.

Elle: «È così triste, tra poco dovremo dirci addio».

 

Di Samantha Staiola e Sara Falcone

 

Sitografia

https://www.fumettologica.it/2018/01/death-note-manga-spiegazione/
https://it.wikiquote.org/wiki/Death_Note
https://www.lospaziobianco.it/death-note-simbologia-citazionismo-manga-cult-ohba-obata/