deathNoteChe cosa accadrebbe se un giovane studente giapponese, con uno spiccato e inflessibile senso della giustizia, trovasse un quaderno che gli consente di porre fine alla vita di una persona, semplicemente scrivendone il nome su di esso? Il manga Death Note (デスノート Desu Nōto, “Quaderno della morte”), ideato da Tsugumi Ōba - un autore misterioso - esplora proprio questo scenario. Ryuk è uno shinigami (死神, nella cultura giapponese, un Dio della morte) dall’aspetto simile a un joker gotico, il quale annoiato di giustiziare gli umani - che trova poco interessanti - decide di lasciare cadere sulla terra un quaderno della morte. Per un caso fortuito, sarà Light Yagami a trovarlo, uno studente modello diciassettenne, stanco di assistere ad ogni sorta di ingiustizia e alla criminalità dilagante che lo circonda. Da quel momento, Ryuk diventa l’ombra di Light, ma avrà sempre un atteggiamento di distacco e indifferenza, limitandosi ad osservare - divertito ed entusiasta dei nuovi stimoli sopraggiunti - come si comportano gli umani se messi in condizione di disporre della vita o della morte altrui.

Light: Perché hai scelto proprio me? [...]
Ryuk: Non ti ho scelto io, io ho solo fatto cadere il quaderno dal mio mondo. Pensavi che ti avessi selezionato perché sei più furbo degli altri? Non darti arie, il caso ha voluto che cadesse sulla terra e che tu lo raccogliessi, tutto qua.

E infatti è lo stesso shinigami ad informare Light che, quando sarà il momento, sarà lui stesso a scrivere il nome del ragazzo sul proprio quaderno. Gli shinigami “esistono al solo scopo di sottrarre vita agli umani, accorciandola”: scrivono il nome dell’umano sul quaderno e automaticamente acquisiscono gli anni che gli sarebbero rimasti da vivere. Fin dall’inizio Ryuk è molto chiaro sugli esiti per la psiche umana di un tale potere:

Ryuk: [...] proverai una sofferenza e un terrore che solo chi ha usato il quaderno può comprendere. Inoltre, al momento della tua morte scriverò il tuo nome sul mio quaderno ma non farti illusioni, perché per gli umani che hanno utilizzato il quaderno della morte non esiste né il Paradiso né l'Inferno. Tutto qui.

Con un potere soprannaturale nelle proprie mani, in pochissimo tempo Light uccide decine e decine di malvagi, con l’obiettivo utopistico di creare un mondo perfetto e giusto, libero dal crimine e dalla violenza: sarà lui, come Dio della Giustizia, ad essere il creatore e sovrano di questo nuovo Mondo. Tuttavia, il suo progetto delirante e onnipotente lo porterà, inevitabilmente, in una spirale di morte, distruzione, manipolazione e follia. Le sue stesse parole, pronunciate nelle prime puntate, preannunciano il proprio destino:

“Ma sarò in grado di sopportarlo? O è meglio che mi fermi qui? No... non posso fermarmi... anche se dovessi andare fuori di testa o rimetterci la vita qualcuno deve pur farlo... Non si può andare avanti così! Anche se cedessi il quaderno a qualcun altro, su chi potrei contare? Non esiste nessuno tanto in gamba...Però io potrei farcela... anzi, solo io posso farcela! Ho deciso! Userò il Death Note... per cambiare il mondo! (Light)”

Detentore di uno strumento sovrumano, Light è l’unico che può compiere giustizia, ma «se lo facessi, ciò ti renderebbe l’unico cattivo rimasto» (Ryuk). Il protagonista quindi è paradossalmente, Giustizia e Male allo stesso tempo: un male necessario da compiere, per un bene superiore? Ma come può un uomo ergersi ad arbitro divino?
Nel corso del tempo, il protagonista alza sempre di più l’asticella del proprio codice morale: se all’inizio decide di eliminare soltanto criminali e assassini, arriverà a uccidere anche le persone considerate “inutili”, non apportando alcun beneficio all’umanità. Naturalmente, con metodi freddi e spietati, eliminerà anche chiunque lo ostacoli nella costruzione del suo mondo perfetto. La follia verso la quale Light è stato spinto è evidente nel modo in cui calcolare accuratamente le proprie mosse, sfuggendo alla polizia con metodi sempre più efficaci e premeditati in modo incredibilmente minuzioso. Ciò che stupisce è infatti il modo in cui è in grado di anticipare le mosse delle persone intorno a lui con estrema accuratezza.

Quando la polizia inizia ad indagare su Kira (キラ, “assassino”), il suo pseudonimo, Light riesce a mantenere il controllo sulle indagini, in quanto l’ufficiale a capo delle indagini è Soichiro Yagami, nientemeno che suo padre. La task force giapponese e l’Interpol collaboreranno con il migliore detective del mondo, Elle (L Lawliet, nella versione originale), la cui identità è sconosciuta. Elle è un vero e proprio genio, presentato con evidenti tratti Asperger (comportamenti ripetitivi e stereotipati, scarse-nulle relazioni sociali, interessi ristretti), nonché ossessivi. Elle ha delle occhiaie, mangia continuamente dolci, assume posture innaturali e insolite, completa continuamente puzzle e costruzioni. Appare come l’esatto opposto di Light: se il protagonista si sforza di corrispondere pubblicamente a un ruolo sociale e, nel privato, è il “superuomo”; Elle viene mostrato in tutta la sua umanità, con le sue stranezze e peculiarità, che diventano impossibili da non apprezzare. Cosa li accomuna? Entrambi credono di incarnare la Giustizia.

La sfida tra Light ed Elle è tutta “cerebrale”, interiore: nonostante il manga si configuri nel genere poliziesco/thriller, c’è poca azione e la trama si sviluppa nell’interiorità dei personaggi, in un complesso gioco di valutazione ognuno delle prossime mosse dell’altro, con dialoghi interiori tra i due, quasi “telepatici”. Ed è proprio questa affinità e contemporanea rivalità, il loro essere opposti ma complementari, che rende il rapporto tra Light ed Elle estremamente ambivalente: Elle dà la caccia a Light (estremamente presto Elle capisce che Light potrebbe essere Kira, ma non ha modo di dimostrarlo), eppure affermerà che Light è l’unico vero amico che abbia mai avuto. Entrambi hanno scelto di sacrificare parte della propria esistenza, accomunati quindi da un altro importante elemento: la solitudine. Light rinuncia a se stesso e all’amore per la famiglia per permettere a Kira di esistere; Elle, dall’altro lato, non ha una propria realtà né individualità, tanto che non si concede neanche di poter essere chiamato con il suo vero nome dagli altri. Nella sua esistenza, le indagini e la scoperta della verità su Kira sono l’unico motivo della sua esistenza.

Elle: «È così triste, tra poco dovremo dirci addio».

 

Di Samantha Staiola e Sara Falcone

 

Sitografia

https://www.fumettologica.it/2018/01/death-note-manga-spiegazione/
https://it.wikiquote.org/wiki/Death_Note
https://www.lospaziobianco.it/death-note-simbologia-citazionismo-manga-cult-ohba-obata/

introspezioneIl viaggio nella cultura dei manga e anime giapponesi prosegue con l’approfondimento di alcuni “shonen”, manga indirizzati al pubblico maschile. Tra i vari sotto-generi degli shonen, parleremo degli “slice of life”: in essi, la trama è basata su storie di vita quotidiana dei protagonisti, con l’aggiunta di elementi fantastici (ambientazioni fantascientifiche e poteri soprannaturali). Se, come abbiamo visto nei precedenti articoli, un tempo negli anime era centrale per i protagonisti raggiungere un’ideale di perfezione e conferma sociale (Dragon Ball, Mimì e la pallavolo, Lady Oscar) negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo spostamento sulle dimensioni interiori, raggiungendo un grado maggiore di introspezione dei personaggi, con cui gli adolescenti sono portati ad identificarsi più facilmente, in quanto alle prese con le stesse sfide e difficoltà. In questo scenario, ciò che accomuna la moltitudine di tematiche proposte è la proposizione di contenuti sempre più espliciti e con meno filtri rispetto agli anni Ottanta e Novanta.

Bugie d’Aprile

Bugie d’Aprile, nome originale Shigatsu wa kimi no uso ("La tua menzogna nel mese di aprile"), è stato disegnato da Naoshi Arakawa nel 2011 e andato in onda nel 2018. Il fumetto, appartenente alla categoria shojo, racconta la storia di Kosei Arima, un bambino prodigio del pianoforte, che in seguito alla morte della madre, non riesce più a sentire il suono del suo stesso pianoforte. Da quel giorno Kosei inizierà a considerare il mondo monotono e senza un briciolo di colore, trascorrendo le giornate in compagnia dei suoi due migliori amici. Un giorno Kosei conosce Kaori, una bella violinista dallo spirito libero, la quale aiuterà Kosei a superare il suo trauma e a tornare nel mondo della musica, abbandonando lo stile rigido che la madre da sempre gli aveva imposto.
Tutti i protagonisti sono molto caratterizzati. Nella trama assume significato il gruppo di amici e rivali, grazie alla relazione tra i personaggi e alla musica che li unisce. Ognuno di loro si trova ad affrontare una sfida, di ostacolo, di paura e ognuno lo fa in modo differente: combattendo con coraggio, rinnegando il passato oppure vivendo nelle illusioni. Il principale ostacolo che tutti devono affrontare è la perdita: chi ha perso la madre, chi il suo amore, chi il suo eroe, chi il proprio fratello, chi ha perso la capacità di sentire. Un’altra caratteristica comune a tutti i personaggi è l’isolamento in cui si trovano, l’autore mostra in modo crudo che ognuno è solo nella propria vita. Ma se all’inizio dell’anime nessuno affronta il proprio dolore appoggiandosi all’altro, nel tempo i protagonisti imparano ad ascoltare l’altro e a chiedere aiuto per se stessi. La storia inizia con una perdita, ma per l’autore è proprio dalla perdita che si giunge alla rinascita. Nel legame di amicizia e d’amore tra Kousei e Kaori è evidente questo tema: sarà la ragazza ad aiutare il giovane pianista a ritrovare l’amore per la musica e l’udito perso per il trauma della morte della madre. Bugie d’aprile è un manga che inizia seguendo la storia di un canonico “slice of life” scolastico, ma nel corso della trama si evolve soffermandosi sulla ricerca della propria identità in un periodo complicato come l’adolescenza, ed è proprio questo che consente agli adolescenti di identificarsi con i protagonisti dell’anime, che sperimentano le loro stesse sfide e difficoltà.
Come in Bugie d’Aprile, anche in Mirai Nikki viene trattato il tema dell’amore e della ricerca della propria identità, ma in questo caso i personaggi dovranno affrontare una survival game

Diario del Futuro

Un altro manga shonen del genere “slice of life”, è Diario del Futuro (nome originale Mirai Nikki). Il manga è stato scritto e disegnato da Sakae Esuno nel 2006, ed è stato trasmesso come anime nel 2017. Il protagonista è Yukiteru Amano, un quattordicenne asociale, chiuso in sé stesso e solo, che scrive un diario sul suo cellulare in cui annota tutto quello che gli accade intorno senza il minimo coinvolgimento personale, sotto forma di accadimenti fattuali. Yukiteru ha un amico immaginario, Deus Ex Machina, il Signore del Tempo.

Ma è davvero solo frutto della sua mente? Un giorno Yukiteru si ritrova convocato da Deus in un mondo onirico insieme ad altri sconosciuti, e ad ognuno di loro la divinità consegna un cellulare dopo avervi apportato delle modifiche. Yukiteru si accorge che il diario non contiene più i fatti scritti da lui, ma gli avvenimenti futuri. I dodici convocati da Deus si ritrovano in un “survival game”, in cui i partecipanti devono cercare distruggere i diari del futuro degli avversari, il che equivale a ucciderli. Yukiteru è accompagnato in questa sfida dalla compagna di classe Yuno Gasai, una ragazza apparentemente dolce e pacata, ma spietata e crudele quando si tratta di proteggere il suo amato Yuki, per il quale ha un’ossessione. Colui che sopravviverà allo scontro, potrà prendere il posto di Deus e diventare Dio del Tempo e dello Spazio.

Vediamo più nel dettaglio i personaggi di questo anime. Yuno incarna lo stereotipo delle Yandere. Questo termine indica una tipologia di personaggi femminili che inizialmente appaiono come dolci e premurose, ma in seguito si rivelano essere ossessionate dalla persona amata fino a commettere atti aggressivi e violenti nei confronti di chi minaccia la persona amata. Anche Yuno, una delle più brave studentesse, nelle varie puntate dell’anime, arriva a commettere atti aggressivi verso gli altri partecipanti del gioco per difendere Yuki, a cui rivolge attenzioni ossessive e maniacali.
Il protagonista maschile invece è Yukiteru Amano. Yuki è un ragazzo isolato, solitario, che ha deciso di rifugiarsi in un mondo immaginario con un amico immaginario Deus, sarà proprio quest’ultimo a costringere Yuki ad uscire dalla sua “bolla”. Colpo di scena dopo colpo di scena il personaggio di Yuki avrà una svolta, accantonando le varie espressioni di paura, per diventare un ragazzo impavido e coraggioso. In Diario del Futuro l’autore ha voluto trattare temi profondi come il dolore dei figli per il divorzio dei genitori e la mancanza di una famiglia unita, esperienza che affrontano in modo diverso sia Yuno che Yuki, i maltrattamenti sui minori, uno spunto di riflessione nella società attuale, la follia, che si ritrova sia nell’amore malato di Yuki per Yuno, sia in tutti i personaggi dell’anime che stravolgono tutti gli stereotipi sociali, sono stati scelti da Deus perché ognuno aveva una qualcosa di “interessante” dal suo punto di vista. Infine il grande messaggio che caratterizza il fumetto è cambiare il proprio futuro, l’autore vuole spronare lo spettatore a non credere che il destino è già scritto, come ad esempio quello scritto sui diari dei personaggi, ma che solo noi stessi con le nostre scelte possiamo influenzare cosa succederà nella nostra vita.

Questi sono solo due esempi di come sono cambiati da un lato i modi di rappresentare i valori e le esperienze di vita di nel manga, dall’altro, il minimo comune denominatore di queste tipologie di fumetti rimane l’intento di raccontare l’esperienza quotidiana dei personaggi.

 

di Samantha Staiola e Sara Falcone

mila mimiAvete mai pensato ai sentimenti che vengono espressi nei manga e come vengono esternati? Perché ci sentiamo così vicini ad un protagonista piuttosto che ad un altro?
Oggi vi parleremo di alcuni particolari personaggi del genere spokon, in cui le storie sono ambientate nel mondo dello sport e i quali protagonisti sono, appunto, degli atleti.
Vedremo inoltre come la tipologia di questi anime si è evoluta negli anni, in particolare analizzando i personaggi e le storie di “Mimì e la nazionale di pallavolo”, “Mila e Shiro - due cuori nella pallavolo” ed “Haikyu!! - l’asso del volley”.

“Mimì e la nazionale di pallavolo” (Atakku Nanbā Wan), è stato scritto da Chikako Urano e trasmesso per la prima volta in tv nel 1969, anche se in Italia è andato in onda a partire dal 1981.
Ambientato negli anni ‘70, Mimì Ayuhara è una studentessa del ginnasio appassionata di pallavolo che dovrà affrontare un duro e arduo percorso per arrivare al suo più grande obiettivo: essere la pallavolista più brava al mondo e partecipare alle Olimpiadi. Questo percorso la porterà a scontrarsi contro se stessa e i limiti che intende superare, affrontando allenamenti molto duri ed estenuanti. Spesso cadrà nell’autocommiserazione, ma grazie al suo spirito combattivo riuscirà sempre a superarla.
Mimì Ayuhara è sottoposta ad allenamenti molto duri (a volte addirittura con l’utilizzo di catene ai polsi), con abnegazione e incredibile determinazione, risultando più pretenziosa dell’allenatore stesso. La narrazione è molto centrata sul suo personaggio e sulle azioni messe in atto in virtù dell’obiettivo da perseguire che domina sempre e su tutte le sottotrame del cartone.

Più leggero risulta l’anime “Mila e Shiro - Due cuori nella pallavolo” (Atakkā Yū!). Già il titolo ci propone un duo, anziché il percorso individuale e molto sofferto della precedente pallavolista! Qui siamo sul genere shojo e spokon (per ragazze e sportivo), scritto e illustrato da Jun Makimura e Shizuo Koizumi, pubblicato e trasmesso in tv in Giappone nel 1984. In Italia fa la sua comparsa sul piccolo schermo solo nel 1986 e l’edizione italiana del manga risale al 2003.

Questo fumetto racconta la storia di Mila Hazuki, una ragazza di campagna che per frequentare le medie è costretta a trasferirsi dai nonni a Tokyo. Durante il periodo scolastico viene a contatto con la pallavolo e se ne appassiona subito riuscendo ad entrare nella squadra della scuola come titolare, sebbene l'allenatore Daimon sia manesco nei modi di fare e avverso alla ragazza, preferendo la capitana e ricevitrice Nami Hayase. Finito il periodo delle medie, al liceo Mila entrerà nella squadra professionistica delle Seven Fighters con cui vincerà il campionato ed il torneo open e verrà convocata in nazionale, suo grande sogno.
Mila incarna due stereotipi giapponesi, la Dorodere, una ragazza spensierata, socievole, gentile, sempre sorridente ma che nasconde anche un lato più malinconico, e la Dojikko, ragazza goffa e sbadata; è molto diversa rispetto a Mimì (che tra l'altro sembrerebbe essere sua cugina!). Mila promuove un vero e proprio cambiamento di direzione: sempre vivace, iperattiva, istintiva, un po’ scapestrata; non si prende mai troppo sul serio e non si tormenta più del necessario, dedicandosi, assieme allo sport, quando le è possibile, ad una “sana” vita sociale. Anche gli allenamenti, sono sempre duri e carichi dei sacrifici che la pallavolo a livello agonistico comporta, ma vengono affrontati da Mila senza mai giungere ai livelli inumani e sfibranti di Mimì. Non da ultimo, in questo cartone compare una nuova visione di “amicizia sportiva”. La protagonista, oltre che con le compagne di squadra, instaura un singolare rapporto di stima e affetto, contraccambiato, anche con le sue antagoniste in campo (come accade con il personaggio di Kaori). Legami profondi che si consolideranno nel tempo, contribuendo allo sviluppo interiore della protagonista.

I due manga che abbiamo appena analizzato rispecchiano, per la loro tendenza al sacrificio (a volte) estremo, sia fisico che mentale, “l’archetipo della catarsi, l’imparare soffrendo” (Ponticiello e Scrivo, 2007), come già visto in Dragonball.

In ultimo prenderemo in considerazione “Haikyu!! - l’asso del volley”. È un manga shonen e spokon (per ragazzi e sportivo), la sua prima edizione è stata scritta e disegnata da Haruichi Furudate nel 2012 ed è andata in onda dal 2014. Il protagonista di nome Hinata è un ragazzino di bassa statura appassionato di pallavolo, dotato di un grande talento e di una straordinaria velocità e agilità, ma che non riesce ad integrare con l’esperienza poiché nella sua scuola non esiste una squadra maschile. Decide così di reclutare alcuni amici per formare la sua squadra e dare vita al suo sogno. Il suo desiderio più grande è quello di diventare come il “Piccolo Gigante”, un giocatore di bassa statura che giocava nel ruolo di centrale ed era riuscito a diventare l’asso della sua squadra. Durante la sua prima partita ufficiale, Hinata subisce una dura sconfitta e giura che un giorno riuscirà a battere il giocatore più forte della squadra avversaria, Tobio Kageyama. All’inizio del liceo Hinata ritrova il suo acerrimo nemico nella sua stessa scuola ed entrambi decidono di iscriversi al club di pallavolo. Inizialmente non sono in grado di collaborare, ma poiché la loro voglia di vincere è più forte di ogni altra cosa capiranno che per ottenere entrambi la vittoria dovranno unire le loro forze e i loro talenti, riusciranno così a raggiungere i loro obiettivi.
Shoyo Hinata rispecchia lo stereotipo giapponese del Genki (energico), ragazzo ottimista che crede in sé stesso e pieno di vitalità. Per alcuni può risultare irritante e per altri molto divertente, la sua incredibile socievolezza crea sempre un’atmosfera di allegria.

 

haikyu

 

Tobio Kageyama può essere identificato con lo stereotipo dello Oujidere, ragazzo pieno di sé, vanitoso e con la tendenza a schiavizzare gli amici e a disprezzare gli avversari.
Questi personaggi, nonostante le loro differenze e l’iniziale fatica nel conoscersi ed andare d’accordo, imparano ad esternare e condividere i loro pensieri più profondi arrivando a raggiungere insieme i loro obiettivi senza dover ricorrere a sedute di allenamento estreme ed estenuanti, come invece accade negli altri due manga. Questa differenza nasce dal fatto che Hinata e Kageyama passano entrambi attraverso un processo di accettazione delle parti negative di sé stessi, modificando alcuni dei comportamenti che non permettevano l’evoluzione interiore necessaria alla relazione.
Questo manga è quello più attuale rispetto ai precedenti, presenta infatti caratteristiche molto diverse, sia rispetto all’introversione e all’estroversione dei diversi personaggi, ma rispecchia anche il superamento di uno spirito più individualista presente nei primi anime per arrivare alle dinamiche più “gruppali” in esso presenti. La condivisione vince sullo sforzo individuale; è la squadra che raggiunge l’obiettivo e non più la fatica del singolo campione!
Mentre i supereroi americani usano la forza bruta, il genere spokon giapponese si evolve appellandosi da sempre alla forza di volontà, al senso del dovere, ai princìpi etici, ma a quanto pare, nei periodi più recenti, anche e soprattutto, grazie al lavoro di squadra!

Restate con noi, per scoprire nel prossimo articolo, quanto nei manga possa essere vasto il mondo delle emozioni e dell’interiorità; d’altra parte, appartiene proprio alla cultura giapponese, l’arte secolare di una grafica capace di riempire di significati pochi segni!

di Valentina Di Nunzio e Martina Ursitti

 

Sitografia
https://www.otakusjournal.it/gli-stereotipi-nei-manga-e-negli-anime/

Bibliografia
Ponticiello R., Scrivo S., (2007). Con gli occhi a mandorla. Sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti. Latina: Tunuè.
Carotenuto A., Trattato della psicologia della personalità, 1991.
Roth W., Incontrare Jung, 2013.

 

tunnelIl tema dell’intervento preventivo o rieducativo dei disturbi della condotta è stato molto dibattuto negli ultimi decenni, alla luce del clamore sollevato dai media per fatti di cronaca in cui gli adolescenti mettono in atto agiti violenti, connotati da sempre maggiori brutalità, cinismo ed efferatezza rispetto al passato. Recentemente si è parlato di diversi fatti di cronaca, ad esempio l’omicidio di Willy Monteiro o della giovane coppia uccisa dall’ex coinquilino, ma delle tensioni sociali - in reazione ai più recenti DPCM per fronteggiare l’emergenza Covid-19 - che hanno portato a manifestazioni in molte piazze italiane, degenerate spesso in agiti violenti contro proprietà.

«Senza che io e Willy potessimo accorgerci di ciò che stava accadendo venivamo entrambi aggrediti da alcuni ragazzi [...]. Ricordo subito l’immagine di Willy steso a terra circondato da 4 o 5 ragazzi che lo colpivano violentemente con calci pugni. Il mio istinto di protezione mi spingeva a gettarmi addosso Willy per cercare di proteggerlo dai colpi che stava ricevendo [...]. Le mie richieste venivano nel vuoto tanto che io stesso venivo colpito da calci e pugni sempre dagli stessi ragazzi che avevano aggredito Willy».
(Testimonianza di Samuele Cenciarelli, migliore amico di Willy, per Il Corriere)
«Ho un vivido ricordo di un paio di loro, degli aggressori, che addirittura saltavano sopra il corpo di Willy steso a terra e già inerme» (Testimonianza di Samuele Cenciarelli, per Il Mattino)

Di fronte a tali avvenimenti ci chiediamo inevitabilmente come e perché si arrivi a compiere un simile atto. Ma ci siamo mai chiesti cosa si poteva fare per evitarlo? Cosa potremmo fare noi affinché gli adolescenti e i giovani adulti possano vivere in armonia con sé stessi e con gli altri?

Diversi autori (Novelletto, Biondo e Monniello, 2000) sostengono l’importanza di offrire agli adolescenti con disturbi del comportamento non solo un supporto psicoterapeutico individuale, ma anche un ambiente di soccorso, che permetterà il contenimento degli agiti distruttivi - compito in cui l’ambiente naturale (familiare ed extrafamiliare) ha fallito. Secondo gli autori, infatti, i comportamenti di opposizione, ribellione o rifiuto rappresentano il tentativo dell’adolescente di mobilitare l’attenzione dei sistemi familiare prima, ed extrafamiliare poi, all’interno dei quali il ragazzo ricerca la rassicurazione affettiva e il sostegno alle proprie capacità di simbolizzare da parte del genitore o di un altro adulto di riferimento. Non bisogna infatti dimenticare che, insieme alla spinta evolutiva (il crescente bisogno di autonomia e indipendenza) gli adolescenti vivono in quella terra di mezzo in cui hanno ancora un notevole bisogno del sostegno e della guida genitoriali.

Quando la famiglia e il contesto extrafamiliare non sono in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni evolutivi dell’adolescente - spesso in uno scarico reciproco di responsabilità e di sovrapposizione confusa di ruoli – quest’ultimo può arrivare a manifestare con forza la rabbia verso tale fallimento, ricorrendo alla violenza fisica e ad agiti antisociali. Tali reazioni, proprio perché forti e inadeguate, spesso sono sufficienti a richiamare l’attenzione di adulti estranei all’ambiente naturale, che possono attivare quindi un ambiente di soccorso (ospedale, sistema giudiziario, sistema socio-assistenziale) i cui obiettivi prioritari di intervento saranno due: fornire un supporto psicologico all’adolescente e recuperare il suo ambiente naturale, in particolare il sistema familiare. Se invece i tentativi dell’adolescente non ricevono risposta dagli ambienti di soccorso, egli perde la speranza e sperimenta il dramma dell’ambiente assente (Carbone, Cimino, 2017), andando incontro alla frammentazione del sé (Kohut, 1971). Quando ciò accade, gli agiti violenti diventano afinalistici, sempre meno correlabili alla deprivazione ambientale che li ha causati, apparendo agli occhi degli adulti come gratuiti ed immotivati, e per questo sempre più incomprensibili.

Sentimenti di noia, vuoto e mancanza di significato dominano il mondo psichico dell’adolescente violento. Ciò accade anche a causa di rapporti con i pari sempre più caratterizzati da distanza emotiva, assenza di empatia, incapacità di comunicazione efficace. Inoltre, anche l’esposizione continuativa ad un mondo virtuale senza filtri, senza guide autorevoli - genitori o insegnanti - in grado di aiutarli nel distinguere tra esso e il mondo esterno, ha un impatto devastante sullo sviluppo psico-relazionale degli adolescenti.
Secondo Magda di Renzo (2007), spesso la violenza è priva di Eros: non è finalizzata alla difesa personale, alla protezione dell’altro o al riconoscimento di un proprio diritto o dovere, bensì è una violenza fine a sé stessa, priva di obiettivi sociali, educativi o relazionali. Colui che viene sopraffatto è visto come oggetto, e non un individuo sul quale scaricare il proprio senso di inadeguatezza. Quest’ultimo viene rimosso e trasformato in un agito violento, finalizzato ad affermare la propria supremazia sull’altro.
Quale potrebbe essere un modo efficace di rispondere ad una tale violenza? Secondo l’autrice, gli adulti di riferimento e il contesto sociale di questi ragazzi sono chiamati a contrapporsi con una “violenza” piena di Eros, ponendo limiti e confini per una buona convivenza sociale; devono tenere in considerazione che dietro ogni atto c’è un complesso mondo interiore ed emotivo con cui bisogna rimanere connessi, piuttosto che perdonarli o condannarli troppo in fretta. Ciò offre loro la possibilità di elaborare e riparare il danno, arrivando ad una possibile trasformazione interiore di cui sarebbero deprivati se fossero spinti alla sola rimozione dei pensieri penosi alla base del comportamento.

Spesso, gli adolescenti che agiscono con violenza fanno fatica a comprendere lo stato mentale ed emotivo dell’altro ed immedesimarsi in esso; oppure, al contrario, sviluppano e affinano tale abilità per sopraffare l’altro e dominarlo (Lonigro et al., 2014). L’utilizzo inappropriato di tale abilità si traduce in un’incapacità di mettere in atto, in entrambi i casi, comportamenti prosociali (Caprara et al., 2014). Il mondo psichico dell’adolescente rispecchia la società in cui è immerso, dove il senso e l’impegno civico sono sempre più assenti, infatti è sempre più raro che ci si impegni attivamente per prendersi cura di chi è in difficoltà, per ascoltare, condividere e dare conforto. Tutti noi - genitori, insegnanti, istituzioni - abbiamo il dovere di restituire importanza a tali valori. È necessario costruire una rete, agire precocemente fin dall’infanzia ed essere noi stessi portatori di prosocialità nei contesti quotidiani dei ragazzi, per accompagnarli e supportarli nella presa di coscienza di ciò che sono. In una sola parola, gli adulti devono essere guide e riferimenti per la crescita: soltanto con supporto ed empatia gli adolescenti potranno, a loro volta, responsabilizzarsi e relazionarsi adeguatamente al proprio contesto sociale.

 

di Valentina Di Nunzio e Samanta Staiola

 

Bibliografia

Caprara, G.V., Gerbino, M., Luengo Kanacri, B.P. & Vecchio, G.M. (2014). Educare alla prosocialità: Teorie e buone prassi. Pearson Italia, Milano-Torino.
Carbone, A., Cimino, S. (2017). Adolescenze. Itinerari Psicoanalitici. Magi Edizioni.
Di Renzo, M. (2007). “Il bullismo tra senso di inadeguatezza e onnipotenza”. Babele, 35.
Kohut, H. (1971). Narcisismo e analisi del Sè, Torino, Boringhieri, 1976.
Lonigro, A., Laghi, F., Baiocco, R., & Baumgartner, E. (2014). Mine reading skills and empathy: Evidence for nice and nasty ToM behaviours in school-age children. Journal of Child and Family Studies, 23 (3), pp. 581-590.
Novelletto, A., Biondo, D., Monniello, G. (2000). Adolescenti violenti. Milano, Francoangeli.

Sitografia
https://www.corriere.it/cronache/20_settembre_11/omicidio-willy-monteiro-colleferro-bianchi-caso-abd62dde-f413-11ea-8510-bc9735e39b6a.shtml
https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/willy_monteiro_colleferro_come_e_morto_veramente_ordinanza_gip_giudice_oggi_9_settembre_2020-5452579.html

Manga maschileFemminileIl viaggio di Arpea nella cultura dei manga e anime giapponesi continua con l’esplorazione delle varie tipologie di fumetti esistenti. I manga vengono divisi per genere e per età, infatti vi sono diverse categorie come i “Kodomo”, anime e manga per bambini e per una fascia di età molto giovane (sotto i dieci anni), gli “Shonen”, (ragazzo in giapponese), si rivolge ad un pubblico di adolescenti principalmente maschile, “Shojo”, (ragazza in giapponese), rivolto ad un pubblico adolescente e prevalentemente femminile e “Seinen”, anime e manga per adulti che trattano argomenti maturi o non adatti ad un pubblico giovane. Questi che abbiamo citato sono solo alcuni dei generi in voga tra i lettori giapponesi e non, ma ce ne sono moltissimi altri.
Quest’oggi vogliamo parlare del tema del maschile e del femminile, partendo da uno dei primissimi manga che ha trattato la dualità di queste due sfere: la Principessa Zaffiro.

https://www.notizie.it/principessa-zaffiro-curiosita-cartone/ zaffiro

La principessa Zaffiro, nome originale Ribon no Kishi (“Il cavaliere col fiocco”), è stato disegnato nel 1953 da Osamu Tezuka e andato in onda dal 1967. Il fumetto, appartenente al genere shojo, racconta la storia fiabesca di una principessa, Zaffiro, nata con un animo per metà maschile e per metà femminile, possiede sia personalità da maschiaccio che da ragazza e nel fumetto come nel manga si assiste al continuo passaggio tra i due ruoli, quello di un perfetto cavaliere spadaccino e di una principessa bene educata. A causa della “Lex salica”, ovvero il mancato diritto per le donne di salire al trono, deve fingere di essere un maschio così da poter prendere un giorno il posto di suo padre e governare il regno di Silvervalley. Questo inganno viene messo in atto proprio dal re alla nascita di sua figlia, per evitare che suo fratello, il granduca Geralamon, lo succeda al trono dal momento che è un uomo malvagio. La fanciulla quindi riceverà sia un’educazione femminile che maschile. Nella storia Zaffiro veste sia abiti da uomo che da donna, si innamora perdutamente di un principe di un regno vicino al suo e alla fine sconfiggeranno insieme lo zio cattivo e si sposeranno.

http://vorreiscriverecomejaneausten.blogspot.com/2014/01/lady-oscar-le-rose-di-versailles.html ladyoscar

Un altro esempio della dualità di maschile e femminile nei manga è Lady Oscar, erede per trama della Principessa Zaffiro. Lady Oscar, Berusaiyu no Bara (“Le rose di Versailles”), sempre di genere shojo, è stato disegnato da Riyoko Ikeda nel 1972, e messo in onda nel 1979. Ci troviamo alla corte di Francia, all’epoca della rivoluzione francese, dove Oscar Francois de Jarjayes cresciuta dal padre come uomo, successivamente diventa comandante delle guardie reali in vesti maschili e capo della scorta di Maria Antonietta. Da qui in poi la nostra protagonista affronterà un susseguirsi di vicende di palazzo e di politica, fino ad arrivare alla presa della Bastiglia.
Mentre Zaffiro risulta in bilico tra due realtà: un cavaliere che vuole difendere il suo regno e la sua indole di fanciulla che dovrà approcciarsi all’amore, per Lady Oscar, l’essere cresciuta come un maschio causerà crisi d’identità. Combattuta tra il voler esprimere il suo essere donna e il voler mantenere il proprio ruolo di comandante, il personaggio di Lady Oscar non ha la possibilità di esprimere entrambe le sue anime, perché all’epoca la differenza di genere era netta, ognuno aveva i suoi ruoli che rispecchiavano degli stereotipi ben precisi; i luoghi comuni determinavano e precludevano opportunità e destini diversi.

Oggi siamo pienamente consapevoli che riconoscere la propria identità, abbracciarla e riuscire ad affermarla è un processo di crescita lungo e difficile ma necessario e sicuramente ricco di soddisfazioni e di emozioni.

La psicologia si è occupata di questo tema a lungo, differenziandosi in due macro aree. Da una parte la visione biologica, che la intende come semplice differenza sessuale imposta dalla natura, e dall’altra parte la visione sociale, che parte dal presupposto che esistono stabili e fissi caratteri di tipo femminile e di tipo maschili, influenzati dagli stereotipi culturali.
Questa dicotomia è stata affrontata anche nei manga, come ad esempio in Ranma ½.

https://www.animeclick.it/anime/1012/ranma ranma

Ranma ½ è stato disegnato da Rumiko Takahashi nel 1987 e messo in onda nel 1989. Appartiene al genere shonen, alla sottocategoria romantic comedy, ma potrebbe anche appartenere per la sua trama alla categoria shojo. Ranma e il padre, caduti in una sorgente magica, sono afflitti da una particolare maledizione: ogni volta che vengono a contatto con l’acqua fredda si trasformano, Ranma in una ragazza e il padre in un panda. Poi si recano in Giappone da un amico di vecchia data del padre, perché Ranma dovrà sposare una delle sue figlie e assicurare il futuro del dojo* Tendo. Da qui una serie di peripezie che porteranno allo conoscenza di nuovi personaggi e intrecci di tante altre storie.
Da molti lettori considerato un manga sessista e misogino, in esso in realtà viene esaltata la figura femminile e la figura maschile viene fatta diventare una caricatura, ridicolizzando in questo modo il maschilismo della tradizionale società giapponese e, in questo manga, sono le figure femminili a tirare i fili della storia. L’autrice ha inserito all’interno della storia gli stereotipi femminili della società nipponica dell’epoca, eleggendo la protagonista principale, Akane, come il non-prototipo. Ranma invece rappresenta lo stereotipo maschile per eccellenza: forte, agile, il suo unico interesse risiede nell’allenamento, non può permettersi di perdere nessuna battaglia perché secondo lui un uomo vero è un uomo forte. La virilità è l’unica cosa che lo contraddistingue, infatti non rispecchia la figura del tipico Don Giovanni: le ragazze le conquista solo con le sue abilità nel combattimento e ogni volta che si trova in situazioni intime con qualcuna di loro diventa impacciato e si imbarazza. In questo modo Takahashi spezza il "male type" solido e virile dell’epoca. Infatti con il suo protagonista l’autrice si chiede quanto la società sia disposta ad accettare un uomo con un cuore così grande e scusarlo per le sue gelosie ed insicurezze infantili.

Non a caso lo stesso nome Ranma in giapponese è scritto con l'ideogramma che significa “confusione”, ed è utilizzato distintamente per maschi e femmine.
Seppur in tutto il manga ci sia una battaglia tra i due sessi, alla fine Ranma si rende conto che la parte femminile, che cercava di curare e far sparire, non è uno svantaggio, ma fa parte di lui, e può ottenere il meglio da entrambe le parti.


Questa prospettiva si sposa con il pensiero junghiano, secondo cui il femminile è il regno dell’emotività, dei sentimenti, del capriccio ma anche della sensibilità e della ricettività, mentre il maschile è razionalità, freddezza, coraggio, lealtà, individualismo, e spinta all’avere. Insieme, queste dimensioni, possono compensarsi e rafforzarsi a vicenda, concorrendo ad un sano e completo sviluppo della personalità. La psiche junghiana è abitata da due elementi archetipici ed inconsci: l’Anima, ovvero la componente femminile negli uomini, e l’Animus, la componente maschile nelle donne. Nella medicina cinese il Chi, ovvero l’energia primordiale connessa con la vita, è prodotta dall’interazione tra Yin e Yang, che rispettivamente sono il femminile e il maschile. In Giappone lo Yin rappresenta la forza che produce espansione e lo Yang la forza che esprime contrazione. Insieme queste due forze di polo opposto si uniscono come due calamite, mantenendo l’equilibrio cosmico.
In quest’ottica le differenze legate al sesso si annullano, infatti la nostra singolarità è data da un mix unico e irripetibile di tratti femminili e maschili che risiedono in ciascuno di noi.

* Curiosità: DOJO (道場 dōjō) - termine giapponese che indica il luogo dove si svolgono gli allenamenti delle arti marziali.

 

di Sara Falcone e Martina Ursitti

 

Sitografia
https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/547-la-dualita-della-psiche-l-intreccio-di-maschile-e-femminile.html
https://www.psicologobologna.it/maschile-ed-femminile-dentro-parte/
http://www.softrevolutionzine.org/2015/manga-ranma/?doing_wp_cron=1602575403.1518700122833251953125
https://www.lacooltura.com/2019/03/ranma-meta-maschio-meta-femmina/
https://antoniogenna.com/2016/10/25/nipponica-114-la-principessa-zaffiro/
https://www.staynerd.com/la-rappresentazione-delle-ragazze-nei-manga/
https://www.mardeisargassi.it/lady-oscar-e-la-teoria-del-gender/

pugni

Al giorno d’oggi, si sente parlare sempre di più di violenza giovanile, caratterizzata dalla mancanza di Eros: il legame tra l’agito violento e la motivazione che l’ha causato è sempre più labile, sfumato, incomprensibile. Ed è così che la violenza diventa efferata, spietata e crudele; assistiamo ogni giorno a crimini e delitti che ci appaiono sempre più sconvolgenti e inspiegabili, soprattutto quando ad agirli sono i ragazzi, che potrebbero essere figli, nipoti o fratelli.
Come ampiamente confermato dalla letteratura più recente, i disturbi del comportamento hanno conseguenze e costi sociali elevatissimi, che si associano ad azioni antisociali e criminali dei minori e non. Tali agiti si rilevano in misura maggiore se l’esordio del disturbo della condotta è avvenuto in epoche precoci dello sviluppo, in assenza di una tempestiva ed efficace presa in carico di tipo psicologico.

Con il termine disturbi dirompenti, del controllo degli impulsi e della condotta (DSM-5, APA, 2013) ci si riferisce a quadri diagnostici caratterizzati da condotte devianti (che violano norme socialmente accettate e condivise) e che si manifestano con l’azione aggressiva. I comportamenti aggressivi sono tra i più frequenti motivi di accesso ai Servizi per l’età evolutiva, e spesso i bambini o adolescenti arrivano con un funzionamento già compromesso in molti ambiti di vita. I disturbi del comportamento, la cui insorgenza è frequente nell’infanzia, sono il disturbo oppositivo provocatorio (DOP) e il disturbo della condotta (DC): sono caratterizzati da un ampio cluster di sintomi, che includono: difficoltà nel controllo e nella gestione delle emozioni e degli impulsi, scarsa empatia verso gli altri, scarsa tolleranza delle frustrazioni e difficoltà nel regolare l’attenzione. Il tono emotivo è variabile e oscilla tra rabbia, aggressività, oppositività e trasgressione.

Diversi studi longitudinali hanno rilevato che l’evoluzione naturale più frequente del DOP nel 75% dei maschi è verso disturbi da abuso di sostanze e comportamenti antisociali e delinquenziali; mentre nell’11% delle femmine evolve verso problematiche ansioso-depressive (Muratori e Milone, 2001). Se non correttamente diagnosticati e presi in carico, quindi, i disturbi di quest’area tendono a cronicizzarsi e condurre verso esiti antisociali e all’abuso di sostanze in età adolescenziale e adulta. Quali sono le caratteristiche di questi disturbi, e in cosa sono diversi?

● I bambini con disturbo oppositivo-provocatorio hanno un umore persistentemente collerico e irritabile, attuano comportamenti provocatori, vendicativi e polemici verso gli adulti che rappresentano l’autorità educativa (genitori, insegnanti), con atteggiamenti di sfida attiva. Tendono a litigare spesso con gli altri bambini a scuola, a fare loro dispetti o rubare oggetti. I comportamenti oppositivi che di norma tutti i bambini manifestano, appaiono nei bambini con DOP sproporzionati, per durata o intensità, rispetto al contesto in cui vengono agiti;

● Il disturbo della condotta rappresenta spesso l’evoluzione naturale del DOP, in cui la disregolazione si manifesta in agiti distruttivi e aggressivi verso persone e animali, con gravi lesioni a proprietà, furti e frodi, nonché violazioni gravi delle regole di convivenza sociale. Il bambino-ragazzo può ricorrere ad armi o oggetti allo scopo di arrecare danno fisico (coltelli, pistole, bastoni) o solo per intimorire. L’agito distruttivo si accompagna a una notevole crudeltà e piacere nell’infliggere sofferenza, in assenza di rimorso, su un nucleo di insensibilità e mancanza di empatia (Carbone, Cimino, 2017).


Diversi sono i fattori di rischio legati all’insorgenza di questi disturbi. Alcuni autori ritengono che il comportamento aggressivo abbia componenti ereditabili (Edelbrock, et al., 1995; Rhee e Waldman, 2002 citato in Kring et al., 2013). Altri hanno rilevato che l’esposizione ripetuta a violenza assistita nell’ambiente familiare e stili genitoriale autoritari o, al contrario, eccessivamente permissivi, nonché l’influenza dei pari (Coie e Dodge, 1998; Huesmann e Miller, 1994), sono frequenti nell’esperienza di bambini che presentano disturbi della condotta. Numerose altre ricerche rilevano, inoltre, l’importanza di fattori socioculturali quali: povertà, contesti degradati e subculture caratterizzate da violenza; anche disoccupazione e degrado scolastico contribuiscono allo sviluppo di comportamenti antisociali (Lahey et al., 1999). Da questo quadro è evidente come l’insorgenza dei problemi comportamentali non sia da attribuire ad una causa univoca; al contrario, molteplici variabili contribuiscono a delineare una traiettoria verso la violenza e l’antisocialità. Pertanto, è importante intervenire non soltanto sugli stati disadattivi dell’adolescente, ma anche considerarlo come soggetto attivo nel proprio contesto ambientale.
Ma che cosa possiamo fare, concretamente, per intervenire prima che un disturbo comportamentale sia strutturato - e che quindi abbia gravi ripercussioni sull’ambiente familiare, scolastico e poi sociale? Nel prossimo articolo, esploreremo i possibili interventi preventivi, rieducativi e di promozione della prosocialità in adolescenza, finalizzati alla riduzione del rischio antisociale.

di Valentina Di Nunzio e Samanta Staiola

Foto (modificata) di Pexels  Pixabay

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders: DSM-5, Washington, D.C., American Psychiatric Association; trad. it. DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Cortina, 2014.

Coie, J. D., & Dodge, K. A. (1998). Aggression and antisocial behavior.

Edelbrock, C., Rende, R., Plomin, R., & Thompson, L. A. (1995). A twin study of competence and problem behavior in childhood and early adolescence. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 36(5), 775-785.

Huesmann, L. R., & Miller, L. S. (1994). Long-term effects of repeated exposure to media violence in childhood. In L. R. Huesmann (Ed.), Plenum series in social/clinical psychology. Aggressive behavior: Current perspectives (p. 153–186). Plenum Press.

Kring, A.M., Davison, G.C., Neale, J.M., & Johnson, S.L. (2013). Psicologia clinica, quarta edizione italiana condotta sulla dodicesima edizione americana. Bologna: Zanichelli.

Lahey, B. B., Miller, T. L., Gordon, R. A., & Riley, A. W. (1999). Developmental epidemiology of the disruptive behavior disorders. In Handbook of disruptive behavior disorders (pp. 23-48). Springer, Boston, MA.

Lonigro, A., Laghi, F., Baiocco, R., & Baumgartner, E. (2014). Mine reading skills and empathy: Evidence for nice and nasty ToM behaviours in school-age children. Journal of Child and Family Studies, 23 (3), pp. 581-590.

Muratori, F. e Milone, A. (2001). Acting out e condotte aggressive: l’approccio farmacologico, relazione al convegno “Le terapie in psichiatria dell’età evolutiva”, Bologna, 16-17 Marzo.

dragonballDopo aver riflettuto sulle caratteristiche di personalità dei personaggi del mitico Lupin III, vogliamo ora portarvi alla scoperta di una precisa categoria di manga, gli shōnen, approfondendo nello specifico Dragon Ball, scritto e disegnato da Akira Toriyama.

Ma che cos’è un manga shonen? Lo shōnen è una tipologia di manga rivolta principalmente ad un pubblico adolescente maschile. Narra di avventure in cui il protagonista deve affrontare una serie di antagonisti – spesso più forti mano a mano che la storia procede, anche in contesti lontani dal campo di battaglia – per raggiungere un obiettivo che solitamente implica un percorso di crescita personale del protagonista come individuo.

E chi meglio del famoso Son Goku può rappresentare il protagonista perfetto di un manga shōnen? Il piccolo Goku è un bambino dotato di una forza smisurata e di una strana coda da scimmia. È stato inviato sulla Terra dai crudeli combattenti Saiyan, allo scopo di conquistarla, ma una volta raggiunto il pianeta, il bambino ha perso i ricordi delle proprie origini e della missione a causa di un trauma cranico.
Le sue avventure iniziano quando intraprende un viaggio alla ricerca delle sette sfere del drago Shenon, capace di esaudire qualsiasi desiderio di chi lo evoca. La crescita di Goku proseguirà con le lezioni di arti marziali del maestro Muten e con la partecipazione a diversi campionati mondiali, nei quali affronterà una serie di combattenti via via sempre più forti. Quando - ormai adulto - Goku scopre le proprie origini, giunge anche a conoscenza della missione alla quale era stato destinato, decidendo di utilizzare la propria forza straordinaria a difesa del pianeta Terra dalle minacce dei potenti e crudeli nemici che vogliono conquistarla, con l’aiuto della famiglia e degli amici, innalzandosi a protettore della Terra e dell’Universo.

Ma quali sono gli elementi di Dragon Ball che attirano così tanti bambini e adolescenti?
Innanzitutto, è il primo anime che introducendo componenti comiche e spensierate nel manga da combattimento risulta più vicino ad un pubblico adolescenziale.
I combattimenti sono altamente scenografici: il pubblico viene attratto da trasformazioni continue che aumentano in modo progressivo la potenza fisica dei combattenti. Gli effetti sono ottenuti attraverso diversi elementi, quali l’alternanza ripetuta degli sguardi e l’uso di musiche di sottofondo, spesso epiche e drammatiche, dal ritmo incalzante. Tali elementi fanno sì che la scena si cristallizzi, come in un arresto temporale in cui è possibile percepire la massima tensione dello scontro. La dinamica dello scontro richiede, infatti, una lunga fase di preparazione, in cui “il tempo è arrestato per aumentare la tensione e per esaltare la dinamica di lotta interiore” (Ghilardi, 2003), durante la quale i combattenti prendono atto delle motivazioni che li spingono a lottare.

Il Bene e il Male: Violenza e Spiritualità in Dragon Ball
Sebbene appartenente al genere del manga da combattimento, in Dragon Ball è possibile rintracciare un’esaltazione della forza e della potenza per fini superiori e più elevati, dove l’addestramento perde il legame con l’applicabilità di specifiche tecniche nel combattimento, per divenire un mezzo di elevazione spirituale, una forza dominata quindi dall’autocontrollo - in linea con la cultura Orientale. Il bushido (武士道, ossia il codice morale del guerriero giapponese) è caratterizzato da qualità morali come la benevolenza, la dedizione, l’onore, la saggezza, il coraggio, la lealtà, la fedeltà. Valori che non sono dati, ma che il guerriero deve acquisire a seguito di un lungo ed intenso percorso di allenamento e studio.

bushido

È così quindi, che il protagonista, Goku, segue un lungo addestramento, conducendo una vita rigida e tesa alla perfezione tecnica e morale. Secondo Ponticiello e Scrivo (Ponticiello e Scrivo, 2007) i protagonisti di questo tipo di manga “sono spesso giovani solitari e volitivi, magari orfani, che a dispetto dei pericoli e delle avversità, si impegnano in imprese che mettono alla prova le loro risorse interiori”. Anche se fanno parte di un gruppo, l’arduo processo di perfezionamento è sempre di natura personale.

In Dragon Ball, il malvagio è sempre rappresentato sotto forma aliena, di spirito maligno o di demone, così da enfatizzare la discrepanza tra l’eroe buono e il cattivo, estraneo ed invasore e quindi non-umano, esorcizzandolo. La differenza è infatti che l’eroe utilizza la forza solo a fin di bene: nonostante sia ben addestrato a combattere, si arriva al combattimento se non c’è stata altra via di risoluzione del conflitto con metodi più pacifici. Attraverso lo scontro con il nemico, l’eroe riporta l’armonia nella collettività, protegge i suoi simili e, attraverso il sacrificio e la sofferenza, trova nell’individuazione della propria identità “l’archetipo della catarsi, dell’imparare soffrendo” (Ponticiello e Scrivo, 2007).

 

Bibliografia

Ghilardi, M. (2003). Cuore e acciaio. Estetica dell'animazione giapponese. Padova: Esedra.

Ponticiello R., Scrivo S., (2007). Con gli occhi a mandorla. Sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti. Latina: Tunuè.

 

di Valentina Di Nunzio e Samantha Staiola