{"id":373,"date":"2026-03-24T13:46:33","date_gmt":"2026-03-24T13:46:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arpea.it\/website\/?p=373"},"modified":"2026-04-13T09:56:11","modified_gmt":"2026-04-13T08:56:11","slug":"siamo-tutti-sulla-stessa-barca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arpea.it\/website\/siamo-tutti-sulla-stessa-barca\/","title":{"rendered":"Siamo tutti sulla stessa barca"},"content":{"rendered":"<p>Il corpo come mediatore delle dinamiche familiari nella psicoterapia dell\u2019et\u00e0 evolutiva<strong>.<br \/>\n<\/strong><!--more--><\/p>\n<p>&#8220;Bisogna guardare il bambino dalla sua altezza&#8221; sottolineava Korczak, e non dall\u2019alto dell\u2019esperienza adulta, perch\u00e9 il bambino non comunica solo con le parole ma usa il gioco, il corpo, il disegno e il comportamento come linguaggi simbolici.<br \/>\nGuardare \u201cdall\u2019alto\u201d rischia di far perdere il contatto con il suo mondo interno. Mettersi alla sua altezza, invece, aiuterebbe a leggere il sintomo che porta, come un messaggio evolutivo e non solo un problema da eliminare. Nella psicoterapia dell\u2019et\u00e0 evolutiva, infatti, il lavoro terapeutico non riguarda esclusivamente il bambino ma si estende anche alla relazione con i genitori e all\u2019ambiente in cui cresce, configurandosi come un intervento connesso in rete.<br \/>\nDaniel N. Stern, poneva l\u2019accento su come lo sviluppo delle prime relazioni si fondasse su processi di sintonizzazione affettiva in cui i partner interagiscono attraverso ritmo, intensit\u00e0 e forma del movimento. Queste esperienze corporee costituiscono il tessuto originario della relazione e permettono al bambino di costruire progressivamente un senso di s\u00e9 all\u2019interno dell\u2019incontro con l\u2019altro. \u00c8 da queste premesse teoriche, dalle posture del collettivo che hanno abitato le stanze di terapie e dall\u2019urgenza di trovare nuovi strumenti di connessione, che nel 2016 , presso l\u2019asssociazione ARPEA, prende forma un nuovo setting terapeutico pi\u00f9 strutturato che porta i genitori nella stanza di terapia del bambino.<br \/>\nLa necessit\u00e0 era quella di coinvolgere tutti i membri della famiglia su un piano relazionale ed emotivo diverso: uno spazio ludico e terapeutico in cui poter esplorare, attraverso il gioco e il movimento, nuove modalit\u00e0 di incontro.<br \/>\nIl corpo diventa cos\u00ec un linguaggio capace di precedere e, talvolta, superare la parola, rendendo visibili dinamiche relazionali che spesso restano implicite nella comunicazione verbale.<br \/>\nSi configura quindi uno spazio in cui \u201cprovare\u201d la relazione: un contesto protetto in cui sperimentare ritmi, distanze e forme di presenza reciproca, alla ricerca di una sintonizzazione che permetta alla relazione di sentire nuove posture emotive.<br \/>\nLa parola costruisce narrazioni ma pu\u00f2 anche organizzare stili difensivi: argina, aggira, talvolta generalizza un sentire personale. Il gioco e l\u2019uso del corpo scendono su un piano pi\u00f9 trasformativo e che inevitabilmente costringe ad osservare una reciprocit\u00e0.<br \/>\nL\u2019obiettivo diventa, quindi, quello di rendere pi\u00f9 visibili le conflittualit\u00e0 esistenti, ma anche di far emergere le risorse della famiglia e della relazione genitore\u2013bambino.<br \/>\nAttingendo alle tracce mnestiche del corpo, il soggetto che porta un movimento ha la possibilit\u00e0 di assimilare elementi che aprono nuove riflessioni e nuove modalit\u00e0 di stare in relazione. Come afferma Ogden (1992), le esperienze di contiguit\u00e0 sensoriale definiscono una superficie su cui l\u2019esperienza si genera e si organizza; tali esperienze rappresentano i prodromi di ci\u00f2 che diventer\u00e0 un senso dello spazio.<\/p>\n<p><strong>Il setting del laboratorio<\/strong><br \/>\nIl laboratorio si svolge in uno spazio predisposto per il gioco e il movimento. La stanza \u00e8 organizzata in modo da offrire diversi livelli di esperienza: giochi motori, materiali simbolici, l\u2019uso della sandplay therapy, strumenti grafici e attivit\u00e0 pi\u00f9 strutturate al tavolo.<br \/>\nQuesta pluralit\u00e0 di stimoli permette alla famiglia di muoversi liberamente tra diverse modalit\u00e0 espressive, rendendo possibile osservare come ciascun membro utilizza lo spazio e gli strumenti proposti.<br \/>\nOgni attivit\u00e0 richiede cooperazione, coordinazione e capacit\u00e0 di modulare la propria presenza rispetto all\u2019altro.<br \/>\nIl gioco non \u00e8 utilizzato soltanto come mezzo espressivo per il bambino, ma come dispositivo relazionale che coinvolge tutti i membri della famiglia.<br \/>\nAttraverso il movimento condiviso diventa infatti possibile osservare come ciascun membro occupa lo spazio, come si costruiscono le alleanze, come vengono negoziati i limiti e come si organizzano i processi di regolazione reciproca.<br \/>\nCome ricorda Donald W. Winnicott, \u00e8 nel gioco che il bambino e l\u2019adulto possono incontrarsi in uno spazio intermedio di esperienza, dove diventa possibile sperimentare creativamente la relazione con l\u2019altro.<br \/>\nIl laboratorio rappresenta uno spazio di osservazione privilegiato delle modalit\u00e0 con cui i genitori entrano in relazione con il figlio e tra loro. Il corpo e il gioco rendono immediatamente visibili aspetti della relazione che nel linguaggio verbale possono rimanere impliciti: la distanza o la vicinanza, la guida o l\u2019affidamento, la competizione o la cooperazione, la capacit\u00e0 di sostenere la frustrazione o di modulare l\u2019intensit\u00e0 emotiva.<br \/>\nL\u2019intervento prevede quattro incontri: uno con la madre, uno con il padre, uno con entrambi i genitori e un ultimo incontro con il bambino da solo. In base alle necessit\u00e0, possono essere coinvolti anche fratelli o altre figure di accudimento significative come i nonni.<br \/>\nIn questi dieci anni di lavoro sono stati condotti 58 laboratori con pazienti compresi in una fascia di et\u00e0 tra i 3 e i 12 anni. L\u2019utenza \u00e8 tendenzialmente distribuita in maniera equa rispetto al genere.<br \/>\nNella maggior parte dei casi il laboratorio viene utilizzato nelle fasi iniziali della presa in carico come strumento diagnostico clinico. In altri casi, \u00e8 stato impiegato per superare momenti di stallo terapeutico o ampliato a un ciclo di otto incontri per favorire un processo di sintonizzazione familiare.<br \/>\nLe richieste iniziali riguardano prevalentemente difficolt\u00e0 di regolazione emotiva e<br \/>\ncomportamentale.<\/p>\n<p><strong>Le posture degli adulti nel gioco<\/strong><br \/>\nQuando gli adulti entrano nello spazio del laboratorio, il passaggio da una dimensione prevalentemente verbale a una dimensione ludica e corporea produce spesso un iniziale disorientamento. Il gioco, soprattutto quando coinvolge il movimento e la creativit\u00e0, richiede la disponibilit\u00e0 a sospendere temporaneamente i ruoli abituali e ad abitare uno spazio relazionale meno strutturato.<br \/>\nEmergono cos\u00ec diverse modalit\u00e0 di partecipazione. Ci sono genitori goffi, incerti nel movimento e nella costruzione di una narrazione ludica, che faticano fin dai primi istanti anche solo a sedersi sul tappeto. Altri assumono una posizione osservativa e restano ai margini, lasciando al bambino il centro della scena.<br \/>\nIn alcuni casi il genitore rimane fisicamente distante, ad esempio sulla poltrona, mentre il bambino gioca sul tappeto, creando due piani relazionali separati.<br \/>\nAltri adulti risultano accomodanti, evitano la frustrazione del bambino e finiscono per assecondarne costantemente le proposte. Al contrario, alcuni occupano lo spazio in modo invasivo, con modalit\u00e0 direttive o competitive.<br \/>\nPi\u00f9 raramente si osserva una partecipazione piena al gioco, in cui il genitore accetta l\u2019incertezza e riesce a modulare la propria presenza in relazione al figlio.<br \/>\n\u00c9 stato interessante osservare attraverso la costruzione dei giochi come prendessero forma alleanze,<br \/>\nschieramenti tra genitori\/figli ma anche all\u2019interno della coppia genitoriale. Alcuni genitori non hanno mai fatto squadra, altri sono entrati in competizione tra loro, alternando, spesso, lunghi monologhi sulle loro divergenze davanti al minore, o ancora ci sono stati genitori separati che hanno uniti mondi lontani costruendo uno spazio neutro protetto.<br \/>\nQueste osservazioni non hanno una funzione classificatoria, ma rappresentano una lente per comprendere come ciascun adulto si muove nella relazione quando il linguaggio diventa corporeo.<br \/>\nNel corso di questi 10 anni \u00e8 emersa una trasformazione nel rapporto con il corpo: una progressiva riduzione delle esperienze ludiche basate sul movimento, a favore di modalit\u00e0 pi\u00f9 strutturate e narrative.<br \/>\nNei primi anni lo spazio di gioco si trasformava spesso in savane, giungle o oceani, popolati da avventure e catastrofi da attraversare insieme. Nel tempo, invece, la sabbiera e la costruzione di storie sono diventate cornici pi\u00f9 rassicuranti e contenitive.<br \/>\nIl periodo pandemico potrebbe aver rappresentato una variabile significativa in questo processo. Il lungo isolamento, la riduzione del movimento quotidiano e il distanziamento fisico hanno inciso sul modo di abitare lo spazio e di organizzare il corpo nella relazione.<br \/>\nParallelamente, gli adulti e i bambini, oggi, sembrano sempre pi\u00f9 orientati a un funzionamento rapido e performativo. Il tempo appare saturo, vorace e compulsivo, poco disponibile alla riflessione, favorendo risposte immediate pi\u00f9 che processi di elaborazione.<br \/>\nIl cervello odierno \u00e8 sempre pi\u00f9 multitasking, eppure spesso l\u2019essere in compresenza su pi\u00f9 canali si traduce nella difficolt\u00e0 a concentrarsi, come se l\u2019iperconnessione portasse alla dispersione.<br \/>\nLe informazioni sono spezzettate per segmenti perdendo la complessit\u00e0 e la profondit\u00e0 delle cose. Fermarsi, accogliere e trasformare, sono posizioni difficile da sostenere.<br \/>\nPur cambiando i linguaggi, il focus degli incontri resta il bisogno di destreggiarsi nella fornace delle emozioni.<br \/>\nLe pi\u00f9 faticose da gestire ma anche le pi\u00f9 facilmente imputabili sono la rabbia e la frustrazione.<br \/>\nL\u2019assetto aggressivo \u00e8 imperante negli scontri, nelle guerre, nel bisogno di uccidere tutti, nella scelta di animali feroci o personaggi dai mille poteri. Ci sono vulcani che irrompono sulla scena o mostri degli abissi che diventano terribili nemici.<br \/>\nPer Winnicott, l\u2019aggressivit\u00e0 rappresenta una forma di energia vitale attraverso cui il bambino esplora il mondo, afferma il proprio s\u00e9 e mette alla prova la realt\u00e0 e le relazioni.<br \/>\nAttraverso manifestazioni di rabbia o comportamenti aggressivi il bambino verifica se l\u2019adulto \u00e8 in grado di \u201csopravvivere\u201d ai suoi impulsi senza ritirare l\u2019affetto.<br \/>\nIl compito dell\u2019adulto \u00e8 accogliere e contenere queste manifestazioni, ponendo limiti chiari senza ritirare l\u2019affetto. In questo modo il bambino pu\u00f2 sviluppare responsabilit\u00e0 e capacit\u00e0 di riparazione.<br \/>\nDi fatto nei giochi guidati la rabbia espressa ha rivelato contenuti pi\u00f9 profondi: vissuti di solitudine, tristezza o paura di non essere sufficientemente adeguati.<br \/>\nIn un confronto accesso tra un pd e una ragazza di 12 anni, \u00e8 emersa proprio la fatica dell\u2019adulto di non sapere esprimere la preoccupazione verso la figlia se non con un linguaggio di rabbia feroce.<br \/>\nUrla, litigi, insulti, punizioni, strattonamenti. L\u2019impotenza si confonde con la delusione e fa perdere di vista la costruzione di uno spazio di confronto.<br \/>\nL\u2019urgente quesito dei genitori, oggi, verte su come rapportarsi con figli descritti come \u201cpiccoli tiranni\u201d, capaci di mettere in scacco il mondo adulto e di rifiutare regole e limiti.<\/p>\n<p><em>&#8220;A chi serve quel potere? Cosa implica distribuire regole? Quale fatica innesca un rifiuto? Come si distribuiscono i ruoli?&#8221;\u2026<\/em><\/p>\n<p>La difficolt\u00e0 nel gestire le regole appare strettamente connessa alla capacit\u00e0 degli adulti di costruire un limite. Il limite non va inteso come una forma di punizione o di rigidit\u00e0 educativa, ma come un atto di cura attraverso cui l\u2019adulto offre al bambino una cornice chiara e sicura entro cui poter crescere ed esplorare il mondo.<br \/>\nStabilire confini significa infatti assumersi la responsabilit\u00e0 di guidare il bambino nell\u2019incontro con la realt\u00e0, aiutandolo a tollerare la frustrazione, a non attuare comportamenti aggressivi e a comprendere che non tutto \u00e8 immediatamente possibile o disponibile. In questa prospettiva, il limite diventa uno strumento educativo che favorisce lo sviluppo dell\u2019autoregolazione, della sicurezza affettiva e della capacit\u00e0 di stare nelle relazioni.<br \/>\nCome Anzieu quando definisce la funzione dell\u2019l\u2019Io-pelle, primo custode del limite: non un muro rigido, ma una soglia viva, che regola gli scambi tra s\u00e9 e il mondo.<br \/>\nNella pratica educativa, tuttavia, molti genitori non riescono a trovare strumenti efficaci oscillando tra assetti eccessivamente rigidi e normativi alla permissivit\u00e0 assoluta.<br \/>\nQuesta incertezza si riflette nella difficile gestione dei passaggi quotidiani. Molti bambini dormono nel letto con i genitori, talvolta relegando uno di essi sul divano; oppure persistono enuresi e\/o encopresi. Molti bambini non vogliono andare a scuola, hanno alimentazioni fortemente selettive o, al contrario, comportamenti alimentari compulsivi.<br \/>\nLa difficolt\u00e0 centrale, resta il costruire una linea educativa condivisa.<br \/>\nTalvolta il padre interviene con regole chiare e immediate, mentre la madre privilegia un registro maggiormente riflessivo, accompagnando il bambino nella comprensione della regola attraverso molteplici spiegazioni e mediazioni.<br \/>\nIn questa dinamica si apre talvolta una frattura tra due forme di logos: da un lato un logos normativo, essenziale e prescrittivo; dall\u2019altro un logos che si prolunga nella spiegazione continua ma rischia di perdere la propria funzione strutturante. La disputa tra queste due posture educative finisce cos\u00ec per offuscare l\u2019elemento centrale della relazione educativa: la funzione di cura e di contenimento che il limite dovrebbe garantire.<\/p>\n<p><strong>E., 6 anni \u00e8 un bambino che non riesce a lasciare all\u2019altro la scelta di un gioco, fatica a condividere la costruzione di una storia. Davanti ad un no, comincia ad urlare raggiungendo delle tonalit\u00e0 cos\u00ec profonde.<\/strong><br \/>\nIl padre \u00e8 stato una grande risorsa negli incontri perch\u00e9 di fronte ai momenti di frustrazione rispettoma regole, imprevisti, sfide ha trovato una chiave di sostegno: farlo sentire competente.<br \/>\nNon sempre questa strategia funziona, ma in molte occasioni permette al bambino di restare nell\u2019esperienza invece di ritirarsi in una chiusura rigida, accompagnando quell\u2019angoscia che senzamuno spazio sicuro diventerebbe dilagante ed irruenta.<br \/>\nI bambini, oggi posseggono linguaggi e competenze cognitive sempre pi\u00f9 precoci, e per questo vengono talvolta percepiti come interlocutori quasi alla pari degli adulti. Ci si aspetta da loro rigore, consapevolezza e padronanza, mentre in realt\u00e0 hanno ancora bisogno di essere accompagnati nel dare senso alle proprie esperienze emotive.<br \/>\nLa frustrazione di fronte alla perdita, il cambio delle regole continue sono l\u2019espressione della paura di fallire ma anche di perdere l\u2019approvazione e l\u2019affetto dell\u2019altro.<br \/>\nIl bisogno di sentirsi approvato passa anche attraverso atteggiamenti di controllo e monitoraggio rigido. Rendere l\u2019ambiente e il S\u00e8 prevedibile aiuta a sentirsi competente.<br \/>\nS. una ragazza di 10 anni chiede di portare un gioco da casa come copertina di linus, sapere cosa fare in quei 50 minuti permette di gestire meglio l\u2019imprevedibile. V. 8 anni vuole fotografare i giochi presenti nella stanza, per arrivare preparata all\u2019incontro successivo, verr\u00e0 con il padre e teme che non si divertir\u00e0 molto.<br \/>\nSar\u00e0 invece un incontro molto importante perch\u00e9 avremo modo di vedere come il pd sia stato capace di entrare in empatia con le emozioni sottostanti alla prestazioni. Non ci sono stati comandi operativi su come fare i giochi, ma un momento di ascolto diverso .<br \/>\nNon sempre \u00e8 necessario trovare definizioni o risoluzioni immediate. Il pi\u00f9 delle volte \u00e8 importante recuperare uno spazio esperienziale che permetta di entrare in contatto con la materia emotiva grezza, lavorarla, ammorbidirla e darle forma. Diventa fondamentale l\u2019arte del riparare.<\/p>\n<p><strong>V. , un bimbo di 6 anni racconta la storia di un cane anzi no un alligatore che non riusciva a trovare un linguaggio chiaro, una postura ferma, una emozione da esprimere. Girovagava tra diversi portali dello spazio e del tempo ma in nessuno di questi trovava la giusta distanza per relazionarsi all\u2019altro.<\/strong><br \/>\nV. \u00e8 un bambino che molti definirebbero iperattivo, tocca tutti i giochi, cambia continuamente idea, contamina tutto. Sembra l\u2019uroboros, che con il suo moto perenne rappresenta una totale indifferenziazione in cui gli opposti si fondono e confondono insieme e in cui il tempo scorre eterno e circolare. \u00c8 una coscienza ancora poco differenziata, dove l\u2019Io embrionale vive nella pienezza, nell\u2019onnipotenza, nell\u2019assenza della morte. In esso ci sono contemporaneamente l\u2019inizio e la fine, l\u2019alfa e l\u2019omega, l\u2019Uno e il Tutto.<br \/>\nLa madre nel suo incontro ha seguito V in ogni passaggio vorace, in ogni cambio di gioco restando in una dimensione confusa e sospesa. Il padre invece ha portato un po&#8217; di ordine e V \u00e8 riuscito a sentirsi pi\u00f9 compatto. Hanno avuto modo di sperimentare se potessero fidarsi veramente l\u2019uno dell\u2019altro. Ognuno di loro doveva costruire un percorso ad ostacoli e accompagnare l\u2019altro protagonista bendato solo con l\u2019uso della voce. All\u2019inizio non \u00e8 stato facile per V, toglieva sempre la benda, aveva il timore di lasciarsi andare, di farsi male, di trovare una guida sicura.<br \/>\nPoi si sono affidati e si son detti quanto fosse stato bello fare squadra.<br \/>\nQuesto rispecchiamento verbalizzato ha portato nel terzo incontro la possibilit\u00e0 di sperimentare anche con la mamma un ritmo sintonizzato non su lla dispersivit\u00e0 ma sulla presenza.<br \/>\nDifferenziare \u00e8 sicuramente un file rouge che ha accompagnato i laboratori: differenziare gli stati emotivi per rendere la comunicazione pi\u00f9 efficace ma soprattutto differenziare i ruoli e le sue competenze.<br \/>\nGli incontri con i fratelli, ad esempio, hanno messo in evidenza o modalit\u00e0 di profonda competizione o un bisogno quasi arcaico di prendersi cura del fratello.<br \/>\nDinamiche che inibiscono la spontaneit\u00e0 relazionale aggiungendo tonalit\u00e0 responsive che non competono al minore.<br \/>\nSul versante adulto, invece abbiamo incontro genitori che entrano in una relazione simmetrica con i figli: i minori appaiono troppo svegli e intelligenti, e non \u00e8 sempre possibile spiegare o tollerare tutto. Oppure genitori che vivono la provocazione o l\u2019aggressivit\u00e0 del bambino come un attacco premeditato e finalizzato a colpire l\u2019adulto. In contrapposizione ci sono genitori che consentono al bambino di alzare le mani, sminuendo l\u2019accaduto ma attivando, al contempo, un profondo senso di colpa sotterraneo.<br \/>\nLa relazione rischia di trasformarsi in una rincorsa emotiva reciproca, in cui viene meno la funzione di guida e di contenimento necessaria a sostenere i processi di separazione e differenziazione indispensabili allo sviluppo dell\u2019autonomia del bambino.<br \/>\nDiventa dunque necessario riconoscere le ferite e le fragilit\u00e0 degli adulti che tendono a infiltrarsi nella sintomatologia del figlio.<br \/>\nQuesto lo abbiamo riscontrato anche in alcune famiglie che hanno affrontato lunghe medicalizzazione per la fecondazione. Talvolta una nuova famiglia nasce sulle fatiche, dolori, e macerie non sempre elaborate; dove la paura di non essere genitori naturali non permette di riconoscere quel figlio come parte di s\u00e9 ma diventa un remider di fallimenti personali. In questi casi spesso quel bambino diventa proprio un tiranno facendosi carico di una aggressivit\u00e0 e di una angoscia profonda sommersa.<br \/>\nPu\u00f2 succedere che un bambino diventi il sintomo che tiene unita la famiglia o che colluda con il genitore percepito come pi\u00f9 fragile diventandone in qualche modo il \u201cbraccio armato\u201d all\u2019interno delle dinamiche relazionali.<br \/>\nIn altri casi ancora alcune condotte dirompenti sembrano avere la funzione di riattivare o tenere in movimento assetti familiari attraversati da stati depressivi o da forme di ritiro emotivo.<br \/>\nL\u2019immagine del ciclone, spesso emersa nei disegni dei bambini durante i laboratori, appare particolarmente significativa: essa rappresenta il movimento turbolento attraverso cui il bambino tenta di definire la propria posizione all\u2019interno del sistema familiare. Un movimento apparentemente caotico ma al tempo stesso organizzatore, che finisce per tenere insieme elementi diversi della dinamica familiare come la depressione materna, la passivit\u00e0 o la fragilit\u00e0 paterna, condensandoli nel linguaggio del sintomo.<\/p>\n<p>G \u00e8 una ragazza di 11 anni e la sua risposta \u00e8 sempre non lo so! Non sa cosa pensa, non sa cosa prova, non sa come reagisce.<br \/>\nGli altri la descrivono come una esplosione di rabbia ma lei non trova parole che possano aiutarla a raccontarsi. G. da un punto di visto corporeo si spalma adesivamente al corpo dei genitori, quasi come se ci fosse un forte bisogno fusionale ma basta un gesto, un cambio di postura, uno sguardo diverso che la fa passare ad una modalit\u00e0 aggressiva con atteggiamenti fortemente svalutanti nei confronti dell\u2019altro.<br \/>\nL\u2019angoscia di abbandono e di rifiuto non le permette di essere ma si posiziona e si adegua all\u2019assetto emotivo dell\u2019interlocutore. In coppia risulta pi\u00f9 facile la relazione perch\u00e9 l\u2019adesivit\u00e0, il segreto, il senso di appartenenza \u00e8 immediato e funziona.<br \/>\nMa appena arriva nella relazione il terzo elemento tutto si disintegra ed esplode.<br \/>\nG non riesce a differenziare i suoi stati interni perch\u00e9 individuarsi vorrebbe dire abbandonare o tradire un dei due genitori.<br \/>\nAlda Merini, in una poesia affermava: Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio.<br \/>\nSecondo Beatrice Beebe, lo sviluppo della relazione tra bambino e caregiver si fonda su una dinamica di reciprocit\u00e0 regolativa, costruita attraverso micro-interazioni fatte di sintonizzazioni, rotture e riparazioni. \u00c8 proprio attraverso queste sequenze di rottura e riparazione che il bambino compie un passaggio cruciale: inizia a comprendere che l\u2019altro \u00e8 separato da s\u00e9, non sempre perfettamente coincidente, ma comunque recuperabile nella relazione. Quando per\u00f2 questa reciprocit\u00e0 \u00e8 carente o assente, e le rotture non trovano riparazione, il bambino pu\u00f2 non riuscire a costruire un\u2019immagine dell\u2019altro come regolatore emotivo, ripiegando su modalit\u00e0 pi\u00f9 autocentrate e autoreferenziali, in cui l\u2019esperienza relazionale perde la sua funzione organizzante.<br \/>\nA. ha 3 anni \u00e8 un bimbo che gi\u00e0 sull\u2019uscio della porta fatica a mantenere il contatto oculare con l\u2019adulto. Sguardo basso ma controllante sull\u2019ambiente, muscolatura contratta, passo deciso. Ha una forte chiusura comunicativa con assenza del linguaggio verbale in pubblico.<br \/>\nSi evidenzia una modalit\u00e0 di gioco tendenzialmente ripetitiva e autoreferenziale, centrata sull\u2019esplorazione individuale degli oggetti. Le sequenze ludiche appaiono scarsamente simboliche, con prevalenza di attivit\u00e0 manipolative stereotipate e un limitato coinvolgimento dell\u2019altro. Il bambino sembra focalizzato sui propri bisogni e interessi, con scarsa attivazione di comportamenti comunicativi intenzionali verso l\u2019altro.<br \/>\nNel primo incontro la md ha mantenuto un assetto di gioco ritirato e molto delegante, il bambino giocava in autonomia senza interfacciarsi con nessuno. Diversamente il padre \u00e8 riuscito con un atteggiamento attivo a interagire con il figlio e a raccontare una storia condivisa. Padre e figlio erano in una bolla relazionale che escludeva tutto il resto ma hanno trovato un modo dinamico di stare insieme.<br \/>\nNello spazio di gioco condiviso con entrambi i genitori \u00e8 ritornato il silenzio profondo del bambino e anche il padre ha perso la sua assertivit\u00e0 e modulazione. Questa volta la bolla comunicativa coinvolgeva solo il bambino e la terapeuta. Una comunicazione fatta di sguardi e rispecchiamenti motori.<br \/>\nQuesta reciprocit\u00e0 ha permesso al bambino di giocare con un estraneo senza usare un linguaggio esplicito.<\/p>\n<p><strong>Siamo tutti sulla stessa barca!<\/strong><br \/>\nSe dovessi seguire una immagine vedrei la famiglia come un piccolo equipaggio chiamato a condividere lo stesso spazio di viaggio. In una barca nessuno pu\u00f2 muoversi senza influenzare l\u2019equilibrio degli altri: ogni gesto, ogni spostamento di peso, ogni cambiamento di ritmo modifica l\u2019assetto complessivo. Allo stesso modo, nel laboratorio familiare, il movimento di ciascun membro entra inevitabilmente in relazione con quello degli altri. Se qualcuno rema pi\u00f9 forte o in una direzione diversa, la barca cambia rotta; se il ritmo si interrompe o si disorganizza, il viaggio diventa pi\u00f9 faticoso. Quando invece i movimenti riescono a coordinarsi, anche in modo imperfetto, emerge una nuova possibilit\u00e0 di avanzare insieme. Il gioco e il movimento corporeo diventano allora un modo per esplorare queste dinamiche: uno spazio in cui la famiglia pu\u00f2 osservare come si costruiscono distanza e vicinanza, guida e affidamento, cooperazione e conflitto. In questo senso il laboratorio non offre solo un luogo di osservazione, ma un\u2019esperienza condivisa in cui sperimentare nuovi ritmi relazionali e nuove modalit\u00e0 di stare insieme nel viaggio familiare.<\/p>\n<p>A cura della <strong>Dott.ssa Valentina Bottiglieri<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il corpo come mediatore delle dinamiche familiari nella psicoterapia dell\u2019et\u00e0 evolutiva.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":575,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[],"class_list":["post-373","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-news"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Siamo tutti sulla stessa barca - ARPEA<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.arpea.it\/website\/siamo-tutti-sulla-stessa-barca\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Siamo tutti sulla stessa barca - 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